Memorial Montuori – Spadafora

 

Le vecchie glorie

si ritrovano al “Valleverde”

 

 

 

 

 

 

Matteo Spadafora

 

Franco Montuori

 

Il nostro affetto

è la vostra rivincita

07-06-08 - C’eravamo lasciati con una promessa: non dimenticare. Ebbene, come un pegno d’amore sincero, la manteniamo. Sabato 7 giugno è festa al “Valleverde” di Atripalda. Ricordiamo Ciccio Montuori e Matteo Spadafora, due calciatori degli anni Sessanta che non ci sono più. All’appuntamento ci saranno ex compagni di squadra e tantissimi amici e sportivi. Ricordare Manzo, Iandoli, Montuori, per gli atripaldesi è come dire Zoff, Cabrini, Gentile. C’è un siparietto che non tutti conoscono. Bebbè Iandoli era fidanzato con una tale Rosetta. Poiché all’epoca furoreggiavano Sarti, Magnini, Rosetta della Fiorentina, per traslato Magnini era Montuori e Rosetta Bebbè Iandoli. Vi lascio immaginare lo sfottò e le avance negli spogliatoi. Matteo Spadafora, morto poco tempo fa, non mi ha dato il tempo di ricordarlo degnamente. Questa è la buona occasione. Madre avellinese, padre salernitano, a cavallo degli anni Sessanta dalle giovanili della Salernitana arriva ad Atripalda. Portiere di immensa classe, fisico possente, carriera in ascesa. Quindi Avellino, Taranto, Cavese poi di nuovo Taranto, dove, per un incidente alla mano, chiude anzitempo la carriera che si prospettava fulgida. Torna dalle nostre parti e sposa la dolcissima Gia Laurenzano. Di lei e della nobile famiglia è difficile proporre aggettivi e ricordarne i lustri senza commettere omissioni. Il caso vuole che mi trovo ad abitare nello stesso palazzo di via Tripoli in Atripalda. Da suo ammiratore diventiamo amici, spontaneamente con una sola passione: il calcio. In una delle tante uscite domenicali direzione stadio, parlando, lo convinsi a scendere di nuovo in campo. Come? Eravamo di ritorno da Salerno, fine maggio, la Salernitana di Tony Rosati aveva perso il treno per la B. Al mio amico, funzionario della Banca Commerciale sede Napoli, chiesi  con un po’di malizia come   

stava andando il torneo interbancario regionale. Avevo saputo da amici napoletani che c’era un portiere paratutto che aveva portato la squadra in finale. Lui, sempre schivo, non melo aveva detto. Così mi rispose che si era scoperto ancora motivato e eattivo. Gli chiesi se voleva fare una rentrée a sorpresa nella squadra dei “Professori” per la prima Coppa dell’Unità. Non disse subito sì, ma neanche  no. Capii: bisognava fare breccia nella saggezza di Gia. Ebbene non fu difficile, ero di casa. All’esordio al “Valleverde” per Spadafora vennero in mille. Siamo nel 1973. Il campione mai dimenticato era lì in carne ed ossa. Con prestazioni da applausi, arrivammo in finale. Il nostro, galvanizzato ed entusiasta come un ragazzino all’esordio, quasi alla fine della partita si dimenticò dell’età, del fisico non più elastico, e , generosamente, volò alla sua sinistra per togliere la palla dal sette su colpo di testa di Otello Iuliano. Salvò il risultato. Vincemmo la coppa, ma come in un film di Rossellini il finale fu drammatico. Il primo attore esce da protagonista. Infatti, cadendo, la spalla si scompose. Urla, sgomento, paura. Ero lì e palpai la gravità dell’incidente. Fine della storia. Ultima apparizione. L’anno successivo fu premiato dal patron del torneo stracittadino, Gioso Tirone, per merito e sfortuna. La stessa che lo ha stroncato nel più bello della vita. Ma oggi, sabato 7 giugno, non deve essere un amarcord triste, perché i festeggiati, splendidi uomini di indimenticabile spessore e qualità, sono con noi. Ciccio Montuori, con quella sua aria scanzonata di eterno ragazzo, sfacciato ma garbato; Matteo Spadafora, imponente e signorile, a volte sornione e riservato, mai banale. Riusciremo a trattenere il magone? Saremo in grado di riempire i vuoti con il nostro entusiasmo? La vita con loro è stata canaglia, il ricordo e l’affetto di noi altri è la rivincita. Vi vogliamo bene.

Gioacchino Limongelli

A distanza di circa mezzo secolo - per ricordare insieme il coriaceo terzino Ciccio Montuori e l’ardimentoso pipelet Matteo Spadafora, atleti e sportivi che hanno dato lustro all’A.C. Atripalda – si sono incontrate al "Valleverde", tra la gioia di antichi tifosi e la commozione dei familiari dei due ex-calciatori di recente scomparsi, le “vecchie glorie” del sodalizio biancoverde della Città del Sabato. Giordano, Manzo, Vetrano, Pellegrino, Iandoli, Spirito, Milano, Nappi: tutti nomi che per anni – avvicendandosi nelle cronache sportive e nei “tabellini” dei giornali dell’epoca – hanno onorato nel corso di indimenticabili ed entusiasmanti tornei il calcio e la sana passione agonistica. Dal “Vestuti” al “Pinto”, dal “Signorini” al “Piazza d’Armi” è stato un susseguirsi di emozioni forti e coinvolgenti grazie alla generosità di un manipolo di atleti legati tra loro da un non comune affetto per la città che rappresentavano sui campi da gioco. E la città di Atripalda ha amato i suoi atleti, li ha applauditi nei giorni di successo, li ha compresi nei giorni difficili.

Questi sentimenti sono emersi sui volti dei presenti al “Valleverde”, sono emersi nell’intervento del sindaco Laurenzano, nelle parole dell’avvocato Andrea De Vinco, nei ricordi di tante e sentite testimonianze.

Tutti sentimenti che in un ideale collegamento tra passato e futuro rappresentano il migliore viatico per l’attuale compagine calcistica di Atripalda, neopromossa in “Promozione” grazie all’impegno profuso dal presidente Pastore.

La figura di questo dirigente, è auspicabile, andrà ad unirsi nella storia della nostra città al nome del presidente dell’A.C.Atripalda, don Alfredo Preziosi, che insieme ad altri collaboratori (Nicola Adamo, Amedeo Porfido, Andrea Annunziata, Guido Ferrantino, Salvatore Iaione, Tommaso Rescigno) è stato il pilastro del sodalizio della Città del Sabato, unitamente al sindaco dell’epoca, l’avvocato Carlo Tozzi.