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Fini, un uomo solo al comando. Trent’anni tra osanna e critiche

 

 

 

Casella di testo: Dello sfascio di AN il responsabile non è soltanto Fini. Tutti coloro che per anni sono stati alla sua corte, accettando con un silenzio... rumoroso tutto ed il contrario di tutto, hanno contribuito in varia misura a deteriorare immagine ed organizzazione  del movimento. A partire dai cosiddetti "colonneli".

03-07-2005 - L'immagine è questa: Gianfranco Fini solo, nella hall dell'hotel Ergife dopo la sua relazione, mentre le correnti sono riunite in conclave per decidere come demolire la sua posizione. La prima cosa che ti viene in mente, alla fine di un lungo giorno, è l'immagine del leader solo, che decide e aspetta, che combatte lucidamente contro il suo stesso partito. Che dice gelido: «Se pensate che la mia posizione sia un tradimento dei valori, allora non abbiamo più nulla da dirci ». Che attacca le correnti a sciabola sguainata, le definisce senza troppi complimenti «una metastasi», al punto che Francesco Storace gli risponde alla sua maniera: «Forse è vero che le correnti sono una metastasi... Ma Altero Matteoli non è mica il professor Di Bella!». Già, perché nello stesso intervento Fini aveva designato Matteoli - già leader di Nuova alleanza - coordinatore organizzativo. Così si potrebbe cedere alla tentazione della prima immagine che An comunica: un partito che chiude la luna di miele con il suo leader, che si sente deluso e trascurato. Si potrebbe leggere questo fotoromanzo agro come il finale di una bella storia d'amore: la solitudine del capo, il senso di abbandono dei militanti, le frustrazioni dei colonnelli, il tormentone della relazione con Stefania Prestigiacomo usato come arma di battaglia politica, il commento caustico di Daniela Fini - in soccorso del marito: «È una sporca calunnia, tutta colpa di quelli di An!». Sull'altro piatto della bilancia, poi, l'almanacco di recriminazioni dei cuori infranti: «Fini ha scelto da solo sul voto agli immigrati» dicono, «Non ci hai avvertito di nulla prima di andare in Israele (lo ripeteva ancora ieri Storace), «Hai detto quella frase sull'astensione diseducativa, malgrado ne avessimo discusso» (rimprovera Gianni Alemanno). Per non dire dei «fondatori» amareggiati, di Gaetano Rebecchini: che nel 1994 partecipò alla gestazione di An con una spruzzata di cattolicesimo tradizionalista apostolico romano, e che ieri sbatteva la porta: «Vado via». La verità è che in queste critiche la Destra sociale esprime un malcontento condiviso da quasi tutto il corpo organizzato Ma è altrettanto dubbio che questa auto-percezione sia esatta o attendibile. Se te la rileggi in filigrana, la storia di questo leader, scopri che non è mai esistita «l'età dell'oro» che tutti vorrebbero recuperare, che Fini non è mai stato il padre amorevole che il partito rimpiange. Basterebbe il suo esordio sulla scena politica, quando divenne segretario del Fronte della Gioventù quasi controvoglia. Se lo ricorda bene Teodoro Buontempo - memoria storica della classe dirigente missina - lo scoramento di Fini alla vigilia della nomina: Nel 1975, ai tempi della nostra militanza a via Sommacampagna voleva lasciare tutto, abbandonare la politica, diceva: “Basta, io in mezzo a quei matti non ci torno più. E poi devo fare il concorso al ministero delle Finanze”». Chi se lo immagina, oggi, Fini finanziere? Eppure ci fu vicinissimo in quell'anno terribile in cui due ragazzi missini gli morirono intorno, l'anno in cui ammazzavano Mario Zicchieri al Prenestino, e a Piazza Risorgimento, nella guerriglia con gli autonomi, veniva colpito Mikis Mantakas. Anche allora Fini decise da solo, scontentava il cuore del movimento giovanile, disse ai camerati: «Per Mikis niente rappresaglie», e - lo ricorda nel suo Guerrieri Ugo Tassinari - «per questa presa di posizione fu addirittura picchiato». Quanto al proposito di lasciare tutto, fu lui stesso a confermarlo in tempi non sospetti a Stefano Di Michele: «Era l'anno della laurea e del servizio militare. È il momento in cui tanti si pongono il problema “E mo' che faccio da grande?” Non pensavo all'abbandono dell'impegno politico, ma mi rendevo conto che non potevo continuare a fare l'attivista vita natural durante». Che dire della sua «resistibile» ascesa? Non faceva comodo ricordarlo, nei giorni in cui quelli che ora lo attaccano costruivano il suo mito oleografico: ma nell'anno della sua elezione a segretario del Fronte, Fini non era arrivato primo al termine di un folgorante duello. Ma piuttosto ultimo (!) su cinque candidati, ripescato con un diktat al posto del vincitore Marco Tarchi (il più votato). Era sempre Fini ad ammetterlo con una buona dose di ironia: Almirante se ne infischiò e scelse me. Sapete, all'epoca il centralismo democratico funzionava anche nel Msi, mica solo nel Pci...». Gli rimproverano di essersi distaccato dal suo elettorato con la scelta del referendum, ma poi anche Maurizio Gasparri, che nei tempi grami era suo vice ammette: «Gianfranco non è mai stato tradizionalista, per il referendum sul divorzio, in pratica, non facemmo campagna». Per non dire del «Male assoluto di Salò» e dei giudizi sul ventennio: se è vero che lui stesso, dopo aver fatto un congresso sul «fascismo del 2000» e detto che «Mussolini era il più grande statista del secolo», nel 1995 spiegava: «La restaurazione del regime fascista ci sembrava la più colossale delle coglionerie». Ed era sempre Fini che dopo la strage di Acca Larentia scontentò i giovani missini rifiutando la raccolta di firme contro il capitano Eduardo Sivori (il carabiniere che aveva sparato a Stefano Recchioni). Era sempre lo stesso Fini, il segretario che Giorgio Almirante elesse suo successore e che fu spodestato dai colonnelli (non questi, quelli sessantenni del 1987). E lui: «Giustamente la mia prima segreteria fu definita incolore. Risentivo del mio stato d'animo, della mia impreparazione... In quel momento il Msi non aveva un progetto, eravamo in via d'estinzione». In eguale solitudine Fini decideva di candidarsi a Roma, di andare alla Fosse Ardeatine, di fondare An. Così, in attesa di sapere cosa dirà oggi, forse il partito dovrà rassegnarsi al fatto che non è stato tradito da un padre-padrone ingrato, ma da un leader - nel bene o nel male - uguale a se stesso Uno che continuerà a decidere da solo e a non farsi amare. Se non altro perché  ha sempre fatto così, anche quando non lo contestavano. Ma An potrà avere un altro presidente solo quando il tormentone dei colonnelli («Nessuno vuole metterlo in discussione ma...») sarà sostituito da: «Fini sbagli, dimettiti».
Luca Telese (de Il Giornale)

BECCALOSSI: MENO SALOTTI E PIU' MERCATI!

23 aprile 2005 - Viviana Beccalossi, membro della Direzione Nazionale di Alleanza Nazionale, alle recenti elezioni regionali ha ottenuto, a Brescia e provincia, quasi 21.000 preferenze, risultando la donna della Casa delle Libertà più votata d'Italia. “Alleanza Nazionale e l'intera coalizione - afferma Viviana Beccalossi - potranno recuperare il terreno perso alle regionali solo interpretando nel migliore dei modi il 'sentir comune' degli Italiani. E perché ciò avvenga bisogna fare politica tra la gente. Nelle piazze, nei luoghi di aggregazione, paese per paese, quartiere per quartiere. Dunque, meno salotti e più mercati”.  

  (da Adnkronos)

DENTRO O FUORI, MA TUTTI INSIEME

15-07-2004 - Il presidente del Consiglio ha espresso in Parlamento con chiarezza le linee generali della politica economica che il governo intende adottare nella seconda parte della legislatura. Non si può negare che le idee per imprimere la svolta auspicata da Alleanza nazionale ci sono. L'obiettivo di rilanciare la crescita facendo leva su meno spesa corrente, meno tasse, più investimenti in infrastrutture e innovazione è tanto rischioso quanto obbligato. Credo però che a nessuno sfugga che, proprio perché è ambizioso e profondamente innovatore, il percorso indicato da Berlusconi può essere difficile da percorrere, pieno di insidie. Non tanto per la condizione della finanza pubblica, assai meno grave di quanto sostiene l'opposizione e ancora in linea con gli obblighi europei, quanto per la necessità di compiere precise scelte politiche. Una manovra finanziaria con riforme strutturali da trenta miliardi di euro, e per giunta nell'ultimo scorcio della legislatura, è possibile solo con una maggioranza che la sostenga fortemente, per sincera convinzione e non per costrizione, in Parlamento e nel Paese. Il confronto nel Paese, il dialogo con le parti sociali e con le autonomie locali è sempre un dovere cui il governo non può sottrarsi, ma diventa un obbligo quando si è mossi dalla necessità e dalla volontà di imprimere uno choc all'economia. Ogni terapia d'urto ha infatti un costo politico, può presupporre un sacrificio o comunque richiede un'assunzione di responsabilità che vale per tutti: governo, sindacati, imprese, enti locali, partiti. Compresi quelli dell'opposizione, cui sarebbe bene sottrarre la facile rendita di posizione che deriva dal poter contestare ogni proposta governativa senza avvertire l'onere di avanzare credibili proposte alternative. Si è fatto giustamente un gran parlare delle divisioni del centrosinistra sulla politica estera per la vicenda irachena, ma il terreno che dimostra la pericolosità sociale del sinistra-centro e la sua impossibilità di governare un Paese complesso come l'Italia è proprio quello economico. La terapia che Berlusconi ha indicato per far uscire l'economia dalle secche della bassa crescita non può quindi essere calata dall'alto, deve essere messa a punto nel confronto con le parti sociali e ovviamente deve essere condivisa e sostenuta senza riserve dalla maggioranza parlamentare. È la ragione per cui, prima ancora di chiedersi chi sostituirà Tremonti, bisogna chiedersi se c'è la olontà di seguire questo metodo e, soprattutto, se ci sono le condizioni politiche per affermare che la maggioranza è in grado di varare e difendere una manovra da trenta miliardi di euro facendo quadrato e spiegandola unitariamente al Paese. Il doppio quesito non è ozioso; è vitale per capire se davvero tutti nella Cdl sono convinti che nel 2006 si possano nuovamente vincere le elezioni. A mio avviso è possibile, il voto europeo lo dimostra, ma bisogna rifiutarsi di vivere alla giornata pur di durare e, soprattutto, bisogna essere coscienti che il giudizio degli italiani riguarderà la coalizione e non solo i singoli partiti che la compongono. Nei prossimi mesi sarà in gioco la credibilità complessiva della Cdl, non la credibilità di questo o quel partito, di questo o quel leader. Si vince (o si perde) tutti insieme. Purtroppo le crescenti nostalgie per la legge elettorale proporzionale che valorizza le identità di partito spesso a scapito della coalizione non aiutano a far maturare questa consapevolezza, e spero che ciò serva a far comprendere perché An, nata per favorire il bipolarismo e la democrazia dell'alternanza, è perlomeno prudente (per usare un eufemismo) a riguardo. Ma di ciò avremo modo per tornare a discutere. Quel che mi preme chiarire in questa fase così delicata è che se vogliamo onorare l'impegno del 2001 e rilanciare l'economia secondo le linee indicate dal presidente Berlusconi, non dobbiamo cercare un ministro taumaturgo per il megadicastero di via XX Settembre. Nessuno potrebbe fare più e meglio di Tremonti. Le sue dimissioni dolorose, ma per noi inevitabili, hanno chiuso una fase. Ne dobbiamo aprire un'altra in cui le responsabilità e le scelte siano plurime e non accentrate (il tremontismo senza Tremonti sarebbe ridicolo); una fase in cui i leader dei partiti di maggioranza siano tutti (a partire da Marco Follini) nel governo; una fase in cui tutti i partiti della coalizione siano chiamati ad operare in prima linea nella politica economica e sociale, perché questo è oggi il fronte in cui il centrodestra gioca la sua partita per poter vincere nel 2006. È quella collegialità che riteniamo necessaria da oltre un anno perché la società italiana è complessa, isomogenea, squilibrata socialmente e geograficamente; quella collegialità che da necessaria è diventata indispensabile se vogliamo che le identità e le sensibilità dei partiti non siano la causa delle difficoltà del governo bensì le risorse cui attingere per rilanciare la sua azione.

Gianfranco Fini

(dal Secolo d'Italia)

LE SCELTE DEI PARTITI - LA DESTRA SOCIALE

10-07-2004 - Grandi manovre a via della Scrofa. Di pari passo con la verifica di governo procede il riassetto interno al partito di Gianfranco Fini. La guerra di trincea iniziata ormai da mesi prende corpo con il riposizionamento delle tradizionali correnti di An, accompagnato da moniti e appelli di Fini alla pace interna in nome dell’unità nel momento di difficile passaggio politico che vive il centrodestra. Il risultato è stata la conferma per oggi del tradizionale megaraduno annuale della Destra Sociale di Storace che si allea con la Nuova Alleanza di Matteoli e Urso. La contromossa è stata un appello al superamento delle correnti che in realtà è l’abbozzo di una nuova vasta area tra la Destra Protagonista di La Russa e Gasparri alleata con i superfiniani come Landolfi e Ronchi. Lo scossone dentro il partito di Fini l’ha portato Destra Sociale. Storace e Alemanno (nella foto), sull’onda dell’opaca presenza di An dentro la Cdl, di fronte al viaggio di Fini in Israele hanno sferrato l’offensiva nel novembre scorso, culminata con il raduno dell’hotel Hilton a Roma. Usando come parola d’ordine quella dell’identità, rispetto alla storia del partito e dentro la coalizione di governo. La sfida è maturata nello strepitoso ed inatteso risultato alle elezioni europee dove, grazie al proporzionale e alla conta delle preferenze, il Governatore del Lazio ha visto trionfare Alemanno (280 mila preferenze, un mare rispetto al rivale di sempre Maurizio Gasparri) ed ha portato a Strasburgo quattro dei nove europarlamentari di An. Nel frattempo la sua corrente ”solidaristico comunitaria” ha gettato un ponte verso il gruppo più ”liberal modernista” della Nuova Alleanza di Altero Matteoli e Adolfo Urso. Un ponte che sta diventando alleanza, tanto che i due oggi saranno ad Orvieto al raduno annuale della Destra sociale, convocato sul tema «Nel partito e nelle istituzioni, per continuare a vincere insieme». Sono convinti di avere la maggioranza del partito, tanto che Alemanno conferma che, nel rimescolamento che potrebbe seguire alla verifica di governo, è «disponibile» a sostituire Ignazio La Russa nel ruolo di coordinatore. La risposta di Destra Protagonista - La Russa, Gasparri, Bocchino - sino ad oggi la corrente di maggioranza relativa che governa il partito - ha reagito riorganizzandosi, pensando ad una «rifondazione» e alla chiamata di forze nuove. Tutto è partito da un appello - ispirato dallo stesso Fini che in queste settimane non ha nascosto la sua preoccupazione per quanto avviene nel partito - al superamento delle correnti lanciato da La Russa non come capo corrente ma nella sua veste di coordinatore del partito: «Lavoriamo uniti, sotto la guida di Gianfranco Fini» ha mandato a dire. E si è presentato «col ramoscello della pace» al convegno preparatorio di Orvieto tenuto l’altro giorno da Storace in un albergo romano. L’appello è stato raccolto con entusiasmo immediato dagli «uomini del presidente»: i fedelissimi di Fini, uomini come Mario Landolfi, Andrea Ronchi e Gennaro Malgieri. La risposta di Storace e Alemanno invece è stata sprezzante: «Si chiede di superare le correnti o quando non si ha niente da dire o quando si vuol far nascere una nuova componente» ha detto il ministro per le politiche agricole. «Chiamare all’unità attorno a Fini fa pensare ad una contrapposizione che non c’è» ha aggiunto il governatore del Lazio che per di più non vuol sentirsi «rimproverato per i voti che abbiamo dimostrato di avere come Destra sociale e che hanno consentito a tutti di sorridere del successo elettorale». «Troppo facile - ha mandato a dire un colonnello di Storace - dire che il gioco è finito solo perché sai che stai perdendo». L’appello è stato respinto come «pleonastico» al mittente anche dal nuovo alleato di Destra Sociale, Matteoli.
(da Il Mattino)

A PROPOSITO DEL VIAGGIO DI FINI AD ISRAELE

26-11-2003 - Anche se ho solo 28 anni ho avuto la fortuna di conoscere delle persone che da Avellino erano partite per il Nord per arruolarsi nella Repubblica Sociale (a proposito, sono stato abituato a dire Repubblica Sociale e non di Salò). Sono un moderato, non appartengo a Destra sociale, anche se non mi riconosco nelle altre correnti. Eppure credo che Fini si sia lasciato prendere la mano nelle dichiarazioni rilasciate in Israele. Nessuno gli aveva chiesto l'abiura della R.S.I. e, perdonatemi, ma io non riesco a capirla. A Fiuggi avevamo detto che consegnavamo il Fascismo alla Storia. Ciò significava che da allora l'argomento Fascismo non poteva e non doveva più essere utilizzato in politica. Si sarebbero occupati gli storici, come egregiamente stanno facendo, a consegnarci una visione scientifica di quell'epoca. Io che, però, ho conosciuto quei ragazzi che partirono per la Repubblica Sociale, che fecero viaggi assurdi per arrivare a trovare la bella morte, io che ho conosciuto l'on. Baghino, il prof. de Jorio di Avellino e tanti altri combattenti so che la loro scelta fu fatta per salvare l'onore della Patria e per difendere i nostri confini dall'aggressione dei tedeschi e dei titini. Dovremmo far sapere che se Trieste è ancora italiana lo dobbiamo a quei ragazzi, come lo dobbiamo ai martiri della brigata Osoppo, partigiani bianchi trucidati dai loro compagni comunisti. Caro Presidente Fini, io non riesco a provare vergogna per quei ragazzi. Ed è vero quello che dice il ministro Tremaglia: davanti ai morti non può esserci vergogna ma solo rispetto. Nella Repubblica Sociale avvennero cose terribili, ma ciò non è stato mai messo in discussione. Ma se un comunista incallito come Violante, nel suo momento di massimo fulgore, riconobbe la buona fede e l'amore per l'Italia dei ragazzi della R.S.I. non capisco perché noi dobbiamo ammantare di vergogna il sacrificio di quei nobili italiani.                                       (da Forum di Alleanza Nazionale)

FINI NON CI STA

14-10-2003 - Gianfranco Fini, da attento osservatore politico, ha ben compreso che, per recuperare credibilità e consensi, la Casa della Libertà deve cambiare marcia e soprattutto deve calarsi - con volontà di operare in concreto - in quelle realtà socio-economiche del Paese dalle quali è stata distolta da vicende governative e paragovernative che sicuramente con la politica hanno ben poco in comune. Con la schiettezza che lo distingue, il Presidente di Alleanza Nazionale - preoccupato innanzi tutto del futuro del suo partito - non ha esitato a denunciare il malessere che pervade l'intero schieramento di centrodestra sia a causa delle incomprensibili intemperanze di Bossi e sia per la scarsa aderenza dell'azione governativa al programma elettorale. I risultati delle ultime elezioni amministrative - un test estremamente significativo in quanto ha coinvolto circa diecimilioni di cittadini chiamati alle urne in numerose regioni d'Italia - non sono stati sottovalutati da Fini che, interpretando le varie componenti del partito, ha invitato Silvio Berlusconi a rivedere con urgenza la linea di governo.                             

I "DUBBI" DI FOLLINI

13-04-2003 - L’evento congressuale che ha segnato la nascita dell’Udc di Follini e la contestuale scomparsa del Ccd di Casini, del Cdu di Buttiglione e di Democrazia Europea di D’Antoni riveste una valenza politico-istituzionale di non poco conto, sia in ordine all’assetto del Governo Berlusconi che in relazione al frastagliato pianeta centrista, da tempo, ormai, soggetto a fenomeni di bradisismo. Sono “distinguo” che, lanciati  urbi  et orbi da un esponente della Casa della Libertà (al singolare, per favore!), possono apparire a prima vista come finalizzati ad esercitare una specie di captatio benevolentiae sui centristi dell’Ulivo per traghettarli da una sponda all’altra e svuotare il centrosinistra di una componente – quella cattolica – che sul piano storico e culturale non può appartenere, neanche in emergenza elettorale, ad uno schieramento sempre più soggetto all’egemonia dei veteromarxisti. E Bertinotti è fuori che aspetta. Se tutto ciò così fosse, viva Follini: la sua opera si immetterebbe lungo la scia di De Gasperi e don Sturzo -  i quali, prima di essere cattolici, erano anticomunisti - e  sarebbe meritoria e meritevole di plauso, non fosse altro che per il tentativo posto in campo di assicurare finalmente serenità e coesione ai cattolici impegnati in politica. Si dà il caso, però, che i “distinguo” rassegnati all’assemblea dal neosegretario nazionale del nuovo movimento politico ed inneggianti al moderatismo sanno di antico, se non addirittura di muffa, e nascondono sentimenti che un tempo non lontano - etichettati come istanze di pari dignità - altro non erano che strumenti dialettici cui facevano ricorso minuscole entità partitiche per invocare maggiore visibilità e quindi maggiore potere nell’ambito delle ammucchiate governative della Prima Repubblica. Da qui i dubbi sull’effettiva volontà di Follini, che – circostanza non sfuggita agli osservatori politici – da qualche tempo va assaporando il gusto di essere il… grillo parlante della coalizione governativa, saccente e noioso proprio come il personaggio di Collodi. E di questo gusto ha fatto sfoggio nella recente assemblea congressuale e nei successivi passaggi televisivi. Un comportamento che, alla lunga, potrebbe non giovare alla tenuta del Governo e creare turbolenze tra gli alleati ai quali Follini, dimenticando di essere stato salvato dal nulla lui ed il suo manipolo di fedelissimi in sede elettorale, potrebbe prepararsi a presentare il conto, magari presso la cassa di Palazzo Chigi… Ecco, allora, che il cerchio si chiude: il suo invito al moderatismo potrebbe risultare sciaguratamente pretestuoso in quanto finalizzato a realizzare con gli ex compagni di cordata che sopravvivono nell’Ulivo una piattaforma politica ampia da piazzare al centro dello scacchiere parlamentare, cioè in una posizione tale che consentirebbe a Follini e soci di riprendere i giochetti della Prima Repubblica, fatti di veti incrociati e condizionamenti di varia natura. Non a caso in sede congressuale l’Udc ha chiesto di tornare al proporzionale. Insomma, la tentazione democristiana è sempre in agguato, e nel dire ciò non ci riferiamo minimamente all’essenza culturale dell’antico partito di maggioranza assoluta, bensì ai metodi posti in essere ieri da discutibili personaggi di quel partito.