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| Nel Bilancio regionale l’Irpinia ko | Corriere | 29-10-2004 |
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Mi raccontano i cronisti, che sono
riusciti a resistere fino all’alba di ieri, che mai essi avevano assistito
alla metamorfosi di un’istituzione in mercato delle vacche. O, almeno, mai
in questo modo. Emendamenti passati con una sorta di baratto, clamorose
penalizzazioni, contentini dati in cambio di un voto positivo, il tutto,
ovviamente, condito con scambi di accuse, grida, polemiche, minacce,
insulti, male parole. Sto parlando, in tempi di federalismo, della massima
istituzione superterritoriale: la Regione Campania. L’altra notte il
Consiglio era chiamato ad approvare il Bilancio. Che, visto il ritardo, più
che di previsione, potrebbe ben dirsi consuntivo. Per quanto ci riguarda,
come Irpinia, i finanziamenti che interessano la nostra provincia sono poco
più di quattro soldi. Mance gettate lì per accontentare questi straccioni
dell’entroterra. Un pannolino caldo per Solofra, qualche spicciolo per
Taurasi, alcune provvidenze per i piccoli Comuni (che non sono solo irpini)
e qualche elemosina per il teatro Gesualdo. Certo, tutto ciò è irritante e
indigna. Ma, in qualche misura eravamo abituati ad essere messi all’indice.
Stavolta, forse, tutto è più grave perché l’assessore al Bilancio è proprio
un irpino. Ma non essendo stato eletto, quanto, invece, cooptato da
Bassolino, finisce per rispondere solo al Governatore. Altro che zone
interne e impegno regionalista per portarle fuori dalla crisi. In realtà
siamo di fronte all’ennesima beffa consumata sull’arenile di Santa Lucia.
Perché l’Irpinia, che pure sovrasta nel dibattito politico regionale, viene
così malamente umiliata e schiaffeggiata? Perché quel riequilibrio
territoriale, di cui si parla sempre, che è frutto della programmazione e
non della gestione viene così duramente disatteso? Indagando tra le
possibili motivazioni potremmo trovare più di una risposta. Forse, ma senza
forse, questa Regione, a differenza delle altre, anche nel Sud, non è mai
nata. Essa nei cambiamenti che ha subito, ha presentato, di volta in volta,
solo facce diverse, ma mai una politica. Chi la rappresenta, s’impantana nel
peggiore clientelismo sfrenato che produce ingiustizia e immoralità.
Tredicimila dipendenti, un supermunicipio della metropoli che è distante
dalla zone deboli e di esse si interessa quasi con fastidio. E più che
discutere di questo, si ripartecipa al gioco di chi sarà il futuro
presidente. Purché, insegnava Tommaso di Lampedusa, nulla cambi. O no? |
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