Quel 23 novembre del 1980

La tragedia
La morte
Il silenzio
La disperazione
La solitudine
La Fede
La rassegnazione
L'attesa
La fuga
Tendopoli
Roulottopoli
S.Angelo dei L.
Lioni
La fine

IRPINIA

Quel 23 novembre del 1980 non fu una domenica come le altre per il popolo irpino. Una nuvola di fumo e polvere, di morte e dolore avvolse città e contrade della nostra terra. Pianti, sussulti e lacrime, con tragica prepotenza, si impossessarono degli schermi televisivi e delle prime pagine dei giornali. Iniziò la conta dei feriti, dei dispersi, dei morti, dei senzatetto, degli accampati, delle baracche, delle roulottes, dei prefabbricati. L’Irpinia, forte e generosa, si piegò alla violenza della natura, impietosamente crudele. Tutto fu violato nel volgere tragico di un’interminabile manciata di secondi. Sessanta, settanta: un’eternità. Caddero case, crollarono campanili,  andarono in polvere opifici, franarono intere colline travolgendo uomini e cose, vecchi e bambini. La terra si squarciò. L’intimità di moltissime famiglie risultò irrimediabilmente, per sempre, offesa e mortificata.

L’Italia ed il mondo intero compresero il dramma di questa terra, la tragedia della sua gente: enti pubblici, istituzioni e volontariato si mobilitarono in una meravigliosa gara di solidarietà che vide impegnati  nei soccorsi uomini di razza e religioni diverse, tutti uniti dalla cristiana volontà di contribuire alla rinascita di una larga fascia del nostro Paese. Leggi speciali e provvedimenti straordinari non si fecero attendere, ma la confusione degli interventi legislativi, non tutti di facile interpretazione ed applicazione, caratterizzò i primi anni, se non addirittura il primo decennio, del dopo-terremoto.

In virtù della presenza autorevole di personaggi irpini alla guida del Governo nazionale, i fondi messi a disposizione delle zone terremotate furono ingenti, anche se non risultarono sempre impiegati correttamente dalle amministrazioni locali,  nella maggior parte dei casi strutturalmente incapaci di gestire momenti di grande emergenza. E negli anni non sono mancati squallidi fenomeni di corruzione e di concussione e  vergognose situazioni di abusi ed omissioni. Chi ha sbagliato ha pagato. Molti, però, sono i casi ancora in attesa di giudizio definitivo.

La classe dirigente dell’epoca intese legare alla ricostruzione fisica dell’Irpinia terremotata lo sviluppo socioeconomico di questa terra. Disegno risultato debole sotto molti aspetti. Vennero impostate e varate iniziative legislative che, pur senza avere nulla in comune con l’evento sismico, avrebbero dovuto assicurare un domani diverso alla nostra gente, inserirla cioè in maniera organica in un contesto di produzione ampio e moderno al tempo stesso. Vaste aree furono industrializzate, dalla Bassa all’Alta Irpinia. Il territorio provinciale, alla fine, è risultato stravolto nel suo antico assetto da infrastrutture gigantesche, non sempre realizzate in sintonia con la tipologia morfologica dei luoghi e nel rispetto della natura. Audaci cavalcavia, enormi piloni in cemento armato, insidiose gallerie, strade realizzate nel vuoto  sono la testimonianza della disinvoltura che ha guidato lo Stato ed i suoi tecnici nell’opera di industrializzazione dell’Irpinia terremotata.

A fronte, però, di miliardi investiti e di larghe fasce del territorio provinciale letteralmente devastate dalla realizzazione delle “aree di sviluppo”, non vi è stato un adeguato ritorno in termini di occupazione per le popolazioni irpine le quali,  in molte zone,  oggi sono condannate a convivere con le vuote strutture di aziende, fallite già prima di nascere proprio perché gli ingenti finanziamenti dello Stato non sono stati investiti e, soprattutto, gestiti in maniera oculata e razionale. E’ una realtà questa che è sotto gli occhi di tutti. Non va neanche sottaciuto che spesso il pubblico denaro, impiegato in opere inutili ed in molti casi poste in cantiere per soddisfare meri… capricci di collegio, forse è stato sottratto alla realizzazione di strutture veramente necessarie per una comunità. 

ATRIPALDA

L'Irpinia  sussulta: un fremito di morte e di terrore inonda  le viscere di questa sfortunata terra. Le  tenebre  di  una fredda serata autunnale nascondono, con la crudeltà di cui la natura spesso è capace, lutti  e distruzioni,  gemiti  e lacrime. Crollano  palazzi  nuovi  di  zecca;  si  sfaldano antiche  e vetuste costruzioni; la terra sprofonda e, vorace, ingoia edifici con il loro  carico  umano;  l'intimità  della famiglia irpina è violata e  violentata. Sacrifici  e rinunzie, sudore e lavoro  di intere generazioni  diventano miseramente  polvere.  Luoghi  cari,  pregni  di ricordi e di amore vengono annientati con brutalità. Tumefatti  i  corpi  delle  vittime, a brandelli  l'equilibrio  psicofisico  dei sopravvissuti: sgomento  e  disperazione pervadono  l'intera provincia,  colpita a morte da un destino da sempre avaro nei confronti della generosa gente irpina.  Vecchi  e  giovani - passato  e  futuro - cadono  sotto  la  furia della natura, cinicamente assetata di dolore in una terra dove  il  vivere spesso  non è stato sinonimo di gioia. A.A. (76 anni), quando la terra maledettamente trema la sera del  23  novembre  1980 era nella sua abitazione di Atripalda, in Via Manfredi. Tutto crolla, il pavimento della modesta costruzione viene meno, il soffitto  le  piomba  addosso.  Estratta ancora in vita dalle  macerie,  la  sventurata è  affidata  alle  cure  dei  medici ospedalieri  di Avellino  che  prestano  la loro opera nello spiazzo antistante il nosocomio di Viale  Italia  dove  viene allestito,  in  condizioni  drammatiche, il primo presidio di pronto soccorso. Dopo qualche giorno l'anziana donna cessa di vivere. Unica vittima di Atripalda, A.A. lascia un paese dissestato, con profonde lacerazioni nel tessuto urbano, nel patrimonio edilizio, nell'assetto  economico.  Scuole cadute, strutture medico-sanitarie  fuori   uso, chiese distrutte, vecchi quartieri  annientati. Minato  alle radici dalle vibrazioni del sottosuolo, il quaranta per cento del patrimonio edilizio atripaldese crolla: l'intero e antico quartiere  di  Capo  La Torre, già corroso dagli anni, da altri fenomeni  sismici e dai   bombardamenti  del  1943 e forse  anche dall'incuria degli uomini, si sbriciola: i fatiscenti edifici che caratterizzavano il popolare ed un tempo  popoloso  rione medioevale esplodono nelle loro strutture più intime. Diversa sorte  non tocca alle costruzioni di Largo Pergola, di Salita Palazzo, di Via Roma, di Via  Manfredi. Dovunque  macerie, dovunque  nuvole  di polvere che si elevano al cielo.  Interi caseggiati distrutti, centinaia  di  vani  saltati  in  aria, numerosissimi fabbricati sinistrati: questo il volto terribilmente butterato del patrimonio abitativo di Atripalda che l'unica vittima del sisma  lascia  in  retaggio  ai  suoi concittadini.   Non  una  sola  zona della Città  del Sabato è stata risparmiata dalla violenza della natura, non  un  solo angolo è uscito indenne dal tragico evento: nuovi e "antichi" fabbricati,  pubblici e privati, presentano profonde ferite nelle strutture. Gli Amministratori comunali comprendono che  non  c'è   tempo  da perdere e, mentre altrove vengono privilegiati   convegni e   tavole   rotonde   sul dopo-terremoto,  si immettono subito nel lungo tunnel  della  ricostruzione  avendo sul  tappeto  una  drammatica situazione  abitativa  con 170 nuclei familiari nelle roulottes, 50 nelle scuole, 250 nelle baracche,  30  negli  alberghi  e  200  in coabitazione.  Una  comunità smembrata.  Unico esempio in tutta la provincia, la Giunta municipale di  Atripalda -  formata  all'epoca  dalla Democrazia  Cristiana,  dal PSI e dal PSDI - apre le porte ai gruppi consiliari di minoranza (MSI e PCI).  Il  paese  e  la  gente  hanno bisogno  di certezza operativa. L'esperimento, però, fallisce a causa del prevalere di meschini interessi di bottega di  alcuni  personaggi che alla difficile ed impegnativa  collaborazione  preferiscono la facile e sterile contestazione. Nasce in  questo  clima  la  favola della "ruspa selvaggia". Mentre  l'opinione  pubblica invoca  sollecite azioni di risanamento e di bonifica urbanistica della città, i comunisti  -  che  per  anni, non solo ad Atripalda, hanno legato le loro fortune elettorali  alle  sfortune  di  quanti erano  costretti a vivere   in  veri e propri tuguri - alzano il dito accusatore contro la rigenerazione, in  chiave  moderna,  dei fatiscenti  quartieri  cittadini e di edifici pubblici. E con testardaggine hanno condotto avanti questa loro azione ottusa e da retroguardia fino al 1994 quando con ogni mezzo si opposero all'abbattimento ed alla ricostruzione dell'edificio scolastico  "De Amicis", duramente provato dai sisma. Alla fine si sono dovuti arrendere.

"Quando le campane della Chiesa Madre  - scrivemmo da qualche parte un po' di anni fa - riprenderanno a suonare a festa e dal balcone del ristrutturato Palazzo di Città  sventolerà di  nuovo  la bandiera tricolore, soltanto allora  il  23 novembre 1980 potrà  essere consegnato definitivamente  alla storia di Atripalda". Il che è avvenuto dopo ventidue anni dal terremoto.                        

 

(eu.la.)

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