...al mercato del giovedì
|
FIGURE E VOCI
DEL MERCATO
di Ciro Cannaviello
Spesso la storia di un paese non è
fatta soltanto di grandi avvenimenti ma anche di tradizioni popolari che
costituiscono dei veri e propri bozzetti oleografici degni di essere tramandati
ai posteri per delle divertenti scenette e per certi personaggi che sono propri
del migliore folklore di un popolo. Era l’epoca delle carrozzelle e dei carretti
con i cavalli e non era comparsa neppure la filovia Atripalda-Avellino,
oggi anch’essa scomparsa. Ad Atripalda, antico e grosso centro commerciale della
provincia, prima ancora che sorgessero i mercatoni di Torrette di Mercoglino e
di via Ferriera di Avellino, durante il tradizionale mercato del giovedì ma
anche negli altri giorni della settimana era possibile acquistare le cose più
strane ed impensabili ai giorni nostri. Sul primo ponte del fiume Sabato (per
chi proviene da Avellino) risuonava un caratteristico richiamo: “sangueee...".
Erano i sanguettari ovvero i venditori di sanguisughe. In quell'epoca non
c’erano ancora le ASL ed ognuno si arrangiava come meglio poteva. Quello
dell’uso degli schifosi animaletti era una terapia praticata per lo più da abili
barbieri che si improvvisavano anche infermieri. Non mancavano i pazienti che si
sottoponevano a quella .... sanguinaria cura. Il primo ponte era anche il
ritrovo abituale di facchini e banditori che lì stazionavano in attesa di
lavoro. Per le loro particolari caratteristiche ne ricordiamo alcuni: 'O
Toscano, sempre “ncazzuso” resosi celebre durante la guerra per avere
scazzottato alcuni soldati canadesi ubriachi che lo avevano molestato. Fra i
banditori ci piace ricordare Cicchiello. La voce di Cicchiello
echeggiava solenne per tutta la cittadina del Sabato: “Chi vo' compra 'o vino
buono a do' Tuppillo, na' lira a litro...”. Altro personaggio caratteristico di
quel tempo era mastro Francisco il capostipite di una folta
colonia di zingari atripaldesi. Sempre rispettoso con tutti, mastro Francisco
aveva impiantato la sua piccola e improvvisata officina all'aperto, sotto i
tigli del famoso piazzale oggi scomparso; forgiava degli artistici arnesi in
ferro battuto, quali coltellacci da macellai, forbici, scuri, falci. Ma il
particolare lavoro di vero artista consisteva nel fabbricare un raro anche se
costoso strumento musicale chiamato “scacciapensieri”, molto in voga in Sicilia.
Chissà perché gli zingari chiamavano tale strumento con nome di “tromba”. Il mercato di Atrìpalda malgrado
tutto s’imponeva nei suoi folkloristici aspetti, vere e proprie oleografie di
vita vissuta. Il maresciallo Tanga, già sottufficiale della milizia fascista,
era un buontempone, una vera pasta di miele. Dopo la guerra era diventato un
solerte dipendente del Comune; durante il mercato del giovedì aveva il compito
di esattore degli ambulanti. A quella sua acuta intelligenza nessun pollivendolo
sfuggiva ed il maresciallo era sempre pronto a staccare il suo bravo biglietto
di riscossione. Va ricordato Don Alfredo 'a munnezza oltre che per
la sua giovialità, anche per il suo senso di onestà: acquistava e vendeva
dollari americani calcolando bene l’andamento della Borsa. La gelateria di quel
tempo era piuttosto artigianale ma non per questo meno genuina. Abili gelatieri
ambulanti s’imponevano per gusto; fra questi ricordiamo Paoluccio;
i ragazzi di allora facevano ressa al suo carrettino per gustare i suoi coppetti.
Bravissima era pure Carmela Catamone che su grossi bicchieri di
cristallo massiccio serviva rinfrescanti granite di limone. Don Peppino
era l’uomo più piccolo di Atripalda ma l’intelligenza e la rettitudine non gli
mancavano di certo. Peppino fu dapprima il custode della locale sezione
comunista, poi fu sistemato dal Comune come addetto ai bagni pubblici. Il suo
lavoro era intenso, i gabinetti erano sempre puliti e Peppino era sempre gentile
con i clienti.
(La Gazzetta dell'Irpinia - 31.12.1990)
|