...al mercato del giovedì
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IMPRESSIONI DI
ANTICHI
VIAGGIATORI
di
Sabino Tomasetti
L’esistenza e la conferma ufficiale di una tradizione già da tempo radicata del
mercato di Atripalda sin dal secolo XII venne ufficializzata con sovrano
privilegio nel 1315 da Roberto d’Angiò, con la famosa fiera di San Marco che
aveva luogo dal 24 aprile al I0 maggio. Da secoli, nel gergo atripaldese, ossia
nella memoria collettiva popolare, dire “fore 'o mercato”
significa indicare il luogo vastissimo di Piazza Umberto I dove si
operava e si pratica tuttora la compravendita di svariati prodotti, mentre la
Fiera di San Marco, famosa in Campania, per il mercato dei cavalli e del
bestiame, è scomparsa sin dagli anni ‘40. La suddetta espressione popolare di “fore
'o mercato” trova la sua ragione d’essere dal fatto che il vecchio centro
storico di Atripalda, sorto intorno all’anno Mille sulla destra del Sabato, dal
suo nascere e sino alla fine del ‘600, era recintato da mura con cinque porte,
di conseguenza, per andare al mercato si doveva andare al di là del centro
abitato, quindi fuori le mura, sulla sinistra del fiume, zona allora disabitata
e squallida. Le cause che determinarono l’osmosi del destino mercantile di
Atripalda furono essenzialmente le seguenti: l’energia idraulica del fiume
Sabato, la posizione geografica come punto di transito per il Salernitano, il
Napoletano e l’alta Irpinia, nonché l’attività molitoria - che
assunse una funzione primaria, documentata sin dal periodo feudale, con il primo
mulino detto “degli archi” (per le arcate del vicino acquedotto romano che nel
passato aveva alimentato Abellinum) - e l’artigianato del ferro, che offriva
attrezzi per l’agricoltura, imprimendo ed animando progresso e rappresentando un sicuro punto
di riferimento per la comunità rurale medioevale del circondano. Che le attività
artigianali fossero fiorenti è documentato dalla “leggenda” di San Guglielmo da
Vercelli, che nel 1118, di passaggio per Atripalda per visitare lo Specus di S.
Ippolisto (usava visitare tutti i santuari celebri) si fece costruire dai fabbri
del luogo una cuffia di ferro su misura, a scopo di penitenza.
E’ da
osservare, altresì, che non mancano notizie di grandi letterati su Atripalda,
sia in campo artigianale che commerciale, vedi Basile nel poema Teagene del 1637
sulle ferriere, mentre il Pacichelli (1703) illustra la bontà della produzione e
della qualità della carta. Nell’inverno del 1536 il mordace letterato beneventano
Nicolò Franco (1515-1570) soggiornò in Atripalda facendo affidamento nel mecenatismo del
marchese Alfonso Castriota. Da una lettera da lui inviata ad un amico ricorda
l’incomodità del luogo e l’albergo dei viandanti ossia l’hosteria, esprimendosi
in modo satirico così: "Io mi trovo dove vi è carestia di carta e di
inchiostro, come vi è abbondanza di roba per alzare il fianco e per abbassare la
borsa. E se pur per disgrazia ce ne fosse, non basta a scrivere le ladrerie dei
giuntatori (truffatori) i quali vendendo urina per acqua rosa, fan
credere a punto come siano fatte le comedie... ve ne manderò una grossa valigia
se non fosse che il lezzo tavernesco vi ammorbirebbe pur a fiutarle di un
tratto” (Cfr. A. Zazo, Una città irpina ricordata da Nicolò Franco in
Samnium 1970 fascicoli I e 2). Di tutt'altro genere è il ricordo che ne fece nei
suoi “Giornali” il nobile patrizio genovese, Gian Vincenzo Imperiali
(1577-1648), principe di Sant’Angelo dei Lombardi che così descrive: "(1633,
30 marzo) Usciti (da Avellino)
e due migliarelli indi contati, la grossa terra mercantile della Tripalda ne
riceve. Il convento dei Padri Agostiniani non men povero che vasto ne alloggi:
la cena dei nostri apparecchiata, e la notte pervenuta, invita chi al travaglio
del cibo, chi al riposo del letto. (31 marzo) Ma levatosi dal letto a pena
l’alba del giovedì... sagliam tutti a cavallo. Nel passar per lo mezzo di quella
terra, osserviamo un ricchissimo mercato che gli è centro; e nel passar per lo
mezzo alla gran porta di lei, fu chi alzò gli occhi dove, sotto alla invitta e
trionfale. arma del Re Cattolico, lesse un tale scritto, che alludendo a quel
leone che per insegna è posto sopra lei minaccevole si vanta con queste parole:
si leo rugiet quis non timebit
(..) “. Da notare che la suddetta porta, oggetto
di attenzione del solo Imperiali, con lo stemma degli Asburgo, doveva essere
oltremodo imponente e monumentale, certamente retaggio cinquecentesco a memoria
ed in premio agli Atripaldesi, per la fedeltà alla Corona per quanto avvenne nel
1535 durante la visita di Carlo V di Spagna nella città di Napoli. “I
titolari o baroni agitarono la pretensione di coprirsi avanti all’Imperatore, e
adducevano che egli qui veniva non come imperatore ma come Re di Napoli e che i
Re di Napoli lasciavano coprire alla loro presenza tutti i titolati, e così
aveva usato di recente lo stesso Ferdinando il Cattolico. Ma Carlo V non volle
sapere di questo segno di parità; e, dopo vane parole e più vani propositi di
resistenza, uno di quei baroni, il marchese dell‘Atripalda, si pregiudicò, cioè
si piegò e compromise la situazione, e gli altri, per non dimostrare di
ricusarsi a corteggiare il (temibile) sovrano, lo imitarono, e tutti (come
dice il contemporaneo Gregorio Rosso), stettero in caruso, cioè a capo
scoperto". (Cfr. Storia del Regno di Napoli di Benedetto Croce). Infine nel
1736 un cronista anonimo così si esprime: “Vi è abbondanza di viveri e d‘ognaltra
mercanzia che nel giovedì di ciascuna sommana, giorno stabilito per lo mercato
con grandissimo smaltimento di orzo e di grano, donde avviene che chiamasi tal
mercato di Atripalda, dogana di grano “. Nell’Avellino illustrato da Santi e
Santuari, pubblicato dal De Franchi nel 1709 nella voce Atripalda si legge:
“Celebre per il Santuario dei Santi Martiri... per le arti segnalate nel lavorio
del ferro, del rame, della carta, delle pannine (manufatti di lana)
di ogni sorta. Per il mercato nel giovedì di
settimana, ove si fa gran vendita di formaggio singolarmente nel Carnevale, di
porci da più provincie mandati. Di vantaggio vi sono due fiere assai rinomate di
ogni sorta di bestiame nella festa di San Marco e della Madonna delle Grazie il
2 luglio”.
Verso
la fine dell’800, per il gran flusso di operatori, una parte del mercato venne
dirottato in Piazza Dogana Vecchia (Piazza Garibaldi) adibito esclusivamente per
la vendita di pollame e conigli, mentre giornalmente le nostre massaie potevano
acquistare dalle contadine legna (sarcine e fascine) per la cucina, nonché latte
di capra o mucca munto sul posto, mentre i carrettieri si rifornivano di erba
per i cavalli. Inoltre, nella nostra breve rassegna, possiamo affermare con
giusta analisi che la mentalità speculativa e commerciale degli Atripaldesi è
debitrice in gran parte ad una piccola comunità di ebrei che, scacciati da
Napoli, dal Viceré spagnolo Don Pedro de Toledo, per ordine di Carlo V nei primi
decenni del 1500, si insediarono con merito nella nostra cittadina (assorbiti
poi dalla popolazione locale), contribuendo con i loro capitali ad imprimere una
mentalità imprenditoriale ed operosa di progresso col mercato del denaro.
(il Sabato - 22.11.1997)
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