...al mercato del giovedì
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TRA STORIA E PROSPETTIVE
di Lucio Fiore
Alla fine del sec. IX,
i cittadini di
Abellinum, abbandonate le case, per le scorrerie di barbari e ladroni, si
trasferirono, più ad ovest, sulla collina “La Terra”, borgo che diverrà poi,
con il passare dei secoli, il capoluogo irpino.
I
pochi rimasti, legati
tenacemente alla proprietà dei loro terreni, costituirono il primo nucleo di
Atripalda che, in epoca longobarda, dipendeva ancora da Avellino; con i Normanni
diventerà feudo dei Capece. Guglielmo, signore di Atripalda,
con atto firmato nell’aprile del 1174, dava in dono la Chiesa di Santa Maria dei
Morti alla Badia di Cava, chiesa dove era seppellito il padre Tristano e la
madre, mentre con un secondo documento, nel medesimo giorno, il vescovo di
Avellino concedeva il privilegio dell’immunità ecclesiastica al clero di S.
Maria dei Morti. Nel documento si precisava che il feudatario, oltre la Chiesa,
donava alla badia anche le pertinenze e il
diritto di riscuotere la
decima sugli introiti del mulino, detto dell’arco. Nel suddetto documento il
feudatario compare citato così: “Guglielmus dominus castelli montis Truppualdi
filius quondam Tristayni…”; per quanto concerne la donazione si legge: “Quae ecclesia S. Mariae est in pertinentis castelli fundata prope ecclesiam S.
Ypolisti et prope ipsum castellum”. Riteniamo che, come per tutte le
economie curtensi, anche nella
antica Atripalda, nel largo sotto il castello si doveva tenere un modesto
mercato di prodotti della terra e del rudimentale artigianato dell’epoca,
mercato fondato nei secoli bui anche sul baratto. Il piccolo borgo aveva il
privilegio di trovarsi in una posizione strategica rispetto all’intera vallata,
posto al centro di antiche ed importanti vie di comunicazione: come l’Appia, che
partendo da Roma, raggiungeva Brindisi, e la via “Nucerina” dei Romani; questa,
dall’antica Abellinum, attraverso Montoro, Salerno, Nocera e Pompei, raggiungeva
Napoli.
La buona collocazione di Atripalda,
alla confluenza di strade importanti, permise a questa comunità di sviluppare
più tardi una florida attività commerciale ed industriale. Ciò si rileva già da
un editto di re Carlo d’Angiò del 1273, ribadito ancora da altro documento del
re Roberto d’Angiò nel 1315, nel quale il
re concedeva all’Università
di Atripalda, su richiesta del signore dell’epoca, il conte di NoIa Filiis Ursi,
di tenere annualmente, nel mese di maggio, una fiera di 5 giorni. Questa
conferma del re Roberto, non è
altro che un
riconoscimento di
una tradizione già da tempo
praticata. A tale scopo si rendeva necessaria la costruzione
di
una dogana; questa fu edificata
sulla riva destra del fiume Sabato, su uno spiazzo libero,
in
prossimità della chiesa
dell’Annunziata. La dogana era costituita da alcuni porticati coperti di
proprietà del feudatario. Sicuramente, nella piazza adiacente la dogana e lungo
le strade di accesso al fabbricato, vi dovevano essere ampie stalle, per il
cambio dei cavalli, punti di ristoro e di accoglienza, e taverne, e una lunga
fila di pesanti carri carichi di grano, e di altri prodotti, in attesa di
regolare le pratiche doganali. Molti mercanti napoletani si
recavano in Atripalda per acquistare grano
pugliese, sia per venire incontro al bisogno di quel gran centro di consumo che
era la città di Napoli, sia
perché parte di questo grano veniva imbarcato su nave e trasportato a Roma. Il
grano, nella maggior parte, prima di essere caricato su carri veniva sfarinato
nella nostra provincia, nei molti mulini posti lungo il corso del fiume Calore e
del Sabato (all’epoca in Atripalda erano in funzione 10 mulini). Ma va
precisato, che già neI 1344, la regina Giovanna autorizzò il notaio avellinese
Berteraino di sfarinare grano nei mulini di sua pertinenza, e di farlo
trasportare alla reggia di Napoli per il consumo di quella corte. Il Berteraino
si servì ampiamente dei mulini di Atripalda, così come si giovarono anche le
comunità religiose di mezza Campania. I mulini di Atripalda all’epoca
erano amministrati dall’abbazia di Montevergine e di Cava dei Tirreni. Queste
due comunità religiose, su tutti i prodotti sfarinati riscuotevano la decima.
Nella valle del Salzola, sino agli anni 1950, i mulini ancora in funzione erano
cinque, appartenenti alle famiglie Piccolo, Cicarelli, Capaldo e Preziosi,
mentre in tenimento di San Potito, Sorbo e Pianodardine funzionavano altre tre
macine, appartenenti rispettivamente ai Vetrone, Cipolletta e Della Sala. Esisteva anche un sesto mulino
della ditta Porcelli, che sfarinava solo per l’omonimo pastificio, che però non
resse alla concorrenza dei colossi del settore, quando si trovò nella
condizione di non poter ammodernare gli impianti.
Forse giova ricordare che i mercati
e le fiere avevano tra i loro fini anche lo scopo di regolamentare i debiti e i
crediti tra mercanti e contadini, nonché tra commercianti e banche; in buona
sostanza le fiere, i mercati costituivano la scadenza o sistemazione di
un’operazione commerciale o finanziaria. Poiché la consuetudine diventa norma
riconosciuta da tutti, questa prassi venne assorbita nel nostro ordinamento
giuridico, negli articoli 252 e 286 del c.c.; quest’ultimo così recitava: “La
cambiale pagabile in fiera scade nel penultimo giorno della fiera o nel giorno
della fiera se essa non dura che un giorno”. Invece la regolamentazione
cambiaria del 1933 non ammetteva più la scadenza in fiera, relegandola così nel
mezzo delle reminiscenze storiche. Ci preme sottolineare che il borgo
aveva provveduto a munirsi di mura e aveva anche edificato nuovi edifici sacri,
come la Chiesa di San Nicola, accanto al quale era sorto già nel sec. XII un
monastero, dotato di ricchi beni, poi la Chiesa di S. Andrea, con terreni nella
contrada “Petromanico”, e la Chiesa della Maddalena, edificata in prossimità dei
ruderi di un torrione delle mura della vecchia Abellinum. Questo gran numero di
chiese significa che la popolazione era cresciuta di numero, come pure le
parrocchie e purtroppo le liti tra il clero. Una di queste vertenze concerneva
il censo di 10 grani di oro che la Chiesa di San Ippolisto doveva pagare alla
mensa vescovile di Avellino ogni Natale, canone che la parrocchia considerava
una prepotenza gratuita. Come pure Giacomo Capece, nipote di Guglielmo, iniziò
una rivendica del mulino, donato alla Badia di Cava, e l’Abate venne costretto,
con decreto imperiale di Federico II, a rinunciare ad una parte del “molino di
Archi”. Successivamente, con la fine del Regno Svevo, la Badia rientrò in
possesso del mulino che, insieme alla Chiesa di Santa Maria, passò alle
dipendenze della ricchissima grangìa di San Leonardo di Avellino, benefizio
cavense sino alla fine del 1700. Quando, nel luglio del 1254,
Manfredi, dopo la morte del fratellastro Corrado IV, assunse la reggenza in nome
del nipote Corrado V, e si portò ad Anagni con una piccola scorta, questa era
composta anche dai fedelissimi Marino e Corrado Capece. Come è risaputo,
l’incontro fra Papa Innocenzo IV e Manfredi finì con l’assassinio di Borello d’Anglano,
un feudatario, beneficato da Manfredi, ma passato al servizio del pontefice.
Borello, a dire del cronista siciliano Bartolomeo da Neocastro, avrebbe rivolto
all’indirizzo del reggente una frase ingiuriosa e allusiva sulla nascita
irregolare di Manfredi. Fra i due scoppiò pertanto una rissa, nella quale
Borello rimase ucciso. Il convegno, con tale preliminare,
era già fallito prima di iniziare e a Manfredi non rimaneva che rifugiarsi nella
sicura Lucera. Con una piccola scorta armata, evitando i centri in mano nemica,
come Monteforte, feudo del traditore Hohemburg, raggiunse la sicura Atripalda,
dove, come racconta Nicolaus De Iamsilla, a riceverlo c’erano bellissime donne,
mogli, sorelle di amici e anche la sorellastra Margherita con il marito Tommaso,
che Manfredi fece sedere, alla mensa imbandita per lui; e le dame, racconta il
cronista, apparivano “orgogliose di essere compagne di tavola del figlio
dell’imperatore indimenticabile”. La sconfitta di Manfredi a
Benevento, costò ai Capece il feudo, che passò agli Orsini. Per la loro fedeltà alla dinastia
angioina, Orso Orsini ebbe il titolo di conte di Atripalda.
Per Atripalda nel 1500 vi era anche
un grosso transito di pecore, dalle Puglie, attraverso la strada Regia, allora
costruita, e per la vecchia via “Nocerina” di epoca romana, che dall’antica
Abellinum, per Montoro, Nocera, Pompei raggiungeva il mercato di Napoli, qui le
pecore venivano vendute e macellate, per soddisfare la grande richiesta di carne
della città. In Atripalda, si fissava anche il prezzo del grano proveniente
dalle Puglie, in concorrenza con i mercati di Aversa, Mirabella, Montesarchio,
Isernia e S. Severino; questo conferma che il mercato del grano di Atripalda era
uno dei più importanti del Regno. Le fiere “Giorno festivo vacanza”
sorsero con il fiorire dell’attività di scambi, coincidenti, in genere, con le
feste religiose. Inizialmente si tenevano sui sagrati delle chiese, più tardi,
molte di queste fiere aumentarono gli scambi e furono costrette a spostarsi in
luoghi più capienti ed idonei, generalmente fuori le mura della città, altre
scomparvero o conservarono soltanto un carattere di festa religiosa. La Chiesa delle Monache e il
Convento di San Giovanni Battista, detto poi di San Pasquale, vennero costruiti
alla fine del cinquecento e si giovarono della protezione della religiosissima
Donna Antonia Spinola Caracciolo, principessa di Avellino, che li fece
restaurare a sue spese alla fine del 1700. Con i Caracciolo, che avevano in
feudo anche Montefredane, Atripalda e il suo mercato conobbero il massimo della
prosperità, anche perché accanto al commercio esisteva una diffusa attività
artigianale, che andava dalla lavorazione del legno agli utensili in ferro.
Sotto i tigli, ai piedi del convento di S. Pasquale, si tenevano, oltre al
mercato settimanale, tre fiere: la prima si svolgeva nel periodo pasquale con
grande smercio di formaggi, uova, salumi e maialini per l’allevamento. Quella di
S. Marco, della durata di cinque giorni, dal 24 aprile al primo maggio,
conosciuta in tutto il Regno, particolarmente per i suoi cavalli da tiro. La
terza fiera, si teneva nella prima decade di luglio, nel giorno della festività
della Madonna delle Grazie. Con l’ulteriore aumento della
popolazione, i mercati ebbero una funzione molto importante: sia perché tenevano
bassi i prezzi, sia perché erano strumenti per assicurare un contatto periodico,
fra le zone interne di produzione, sia per facilitare la distribuzione e il
consumo, ed insieme collocare più facilmente i prodotti agricoli e
dell’allevamento delle campagne.
Per secoli la cittadina di Atripalda è stata
molto più importante di Avellino e degli altri centri irpini. Il grosso sviluppo
economico della cittadina è sicuramente da attribuire al mercato, che è stato il
motore che ha permesso al commercio ed all’industria di crescere e di procurare
agli Atripaldesi un buon livello di vita. Nel registro della platea dei beni,
posseduti dall’Abbazia di Montevergine ad Atripalda, all’anno 1709, si legge che
“Il Sacro e Reale Monsignore di Montevergine... fa concessione in enfiteusi a
Giulio Tremante di un comprensorio di case superiori ed inferiori… in detto
luogo chiamato Lo Mercato, confinante da tramontana via Pubblica, da ponente
signor Giacinto Di Rita e il magnifico Angelo Rapolla, da mezzogiorno Piazza del
Mercato e da levante beni della Cappella Delli Corpi Santi”. Due altri atti, che possiamo
definire, sotto il profilo giuridico, di ricognizione di proprietà, sempre nel
medesimo registro, conservato nella Biblioteca Nazionale di Loreto di
Mercogliano, ci fanno configurare ulteriormente dove si svolgeva il mercato ad
Atripalda sino al primo decennio del 1800. Entrambi parlano di beni dati in
enfiteusi rispettivamente ad Angelo Rapolla e a Nicola Massone, edifici ubicati
nella Terra di Atripalda, sulla Piazza del Mercato, sulla destra del fiume
Sabato. Nel 1740, il principe di Avellino, allo scopo di rendere più consistente
l’affluenza di mercanti alla dogana di Atripalda limitò il giorno di mercato al
solo giovedì. Questa limitazione comportò alla cittadina una grave crisi
economica. La ristrutturazione, voluta, nel
1885, dal Comune di Atripalda, del Largo Mercato e delle strade adiacenti, e la
costruzione di una nuova dogana, in sostituzione di quella vecchia, ormai in
pessimo stato di conservazione, segnarono lo spostamento del centro della città,
incentrato intorno alla chiesa di Sant’Ippolisto, sulla destra del fiume Sabato,
su un’area più libera e aperta, sulla sinistra del fiume, ove già agli inizi
della seconda metà dell’800, erano sorte le prime industrie di laterizi e
diverse attività artigiane per la lavorazione della lana. Sino agli anni Venti erano fiorenti
alcune aziende che producevano cappelli, esportati in tutto il Mezzogiorno e
molto apprezzati per la qualità. Queste modeste fabbrichette non riuscirono a
fare il salto di qualità e a diventare industrie per la crisi finanziaria del
1929. Lo stesso discorso vale per le
falci, le vanghe e le zappe, che abili artigiani di Atripalda, San Potito e
Lapio producevano nelle loro modeste botteghe, i quali in seguito non poterono
reggere la concorrenza della produzione industriale. In altri fondaci sì
producevano mobili, scale, soffietti per irrorare lo zolfo alle viti, che ogni
giovedì si vendevano al mercato con cospicui guadagni. Mentre i contadini
portavano a vendere i prodotti della terra, polli e gli animali da stalla; e per
questi ultimi utilizzavano l’abile opera intermediatrice dei sensali.
Oggi, in epoca di globalizzazione
dei mercati, quale ruolo può avere il mercato tradizionale del giovedì di
Atripalda? Se il mercato di Atripalda non è
più, come per il passato, il tempo e il luogo dove i produttori locali,
artigiani e contadini, vendevano le loro merci, domani questa funzione sarà
anche più marginale, ma ancora con una sua consistente valenza e costituirà
comunque un volano per l’economia locale. Sono, infatti, ancora molti i
contadini e gli artigiani che il giovedì si portano ad Atripalda a vendere i
loro prodotti, come piante da frutta e da fiori, animali da cortile, scale e
piccoli attrezzi per l’agricoltura, terracotte, stoviglie, scope di saggina e
altro ancora. Inoltre i commercianti delle più disparate mercanzie, che si
portano nei mercati all’aperto, risparmiano sulle spese di esercizio e spesso
vendono rimanenze di magazzino, come accade per l’abbigliamento; possono così
praticare prezzi contenutissimi e si rivolgono ad una categoria di avventori
che, se non bada alla moda, realizza cospicui risparmi. Così il mercato del
giovedì di Atripalda finisce per assolvere ad una quadruplice funzione: di
smercio di prodotti locali, di soddisfare un settore particolare di acquirenti,
di incrementare la clientela degli esercizi locali, in particolare i bar, e
infine di calmierare i prezzi.
(Economia Irpina - 01.06.1998)
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