...al mercato del giovedì
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QUELLA VITA DI PIAZZA
di Galante Colucci
Le città e i paesi, con i secoli
hanno subito varie trasformazioni negli spazi urbani e paesaggistici, tanto che
è difficile, oggi, avere una visione esatta di come fossero allora. Le modifiche
apportate, anche se hanno prodotto miglioramenti urbanistici, a causa di
clientele politiche di tecnici (ingegneri, architetti, urbanisti) hanno subito
danni irreparabili. Cercheremo, quindi, di scavare nella storia di piazza
Umberto I di Atripalda che negli anni ha subito mutamenti e brutture
edilizie.
Gli Atripaldesi per indicare alcuni luoghi del paese usano dire tre
termini: sotto ‘a ruana, fore ‘o mercato e arreto a ruana. Il termine topografico
popolare "ruana" vuol dire dogana e gli spazi indicati per essa sono due e
distanti l’uno dall’altra. Questi termini ripetuti spesso dagli
anziani sono molto indicativi. Certamente i giovani non sanno perché ad
Atripalda vengono indicate due dogane. La storia dei paesi non è fatta solo da
grandi personaggi o da famose battaglie ma anche dalle piccole cose quotidiane.
Lo sviluppo del nucleo abitativo di Atripalda a partire dall’epoca medioevale ha
avuto una grande rilevanza storica. Nel primo spazio importante del
paese, che io definisco area sacra, vi erano concentrate tre chiese: Sant’Ippolisto
(o chiesa Madre), Santa Maria e San Giovanni, mentre la seconda area era
quella industriale e commerciale, dove si trova l’attuale piazza Garibaldi. Al
centro vi era ubicato l’edificio della dogana, di cui resta ancora il toponimo
di via Dogana. In fondo all’area l’antica chiesa della Annunziata e l’Ospedale
dei “poveri camminanti”, dove venivano ospitati i pellegrini; sul lato destro
della chiesa l’estensione di via Ferriera (anche qui si conserva il toponimo),
con gli edifici di due ferriere, per la lavorazione del ferro. Si producevano
attrezzi agricoli (zappe, vanghe, falci, erpici, scuri...). La famiglia nobile dei Caracciolo,
nel XVI sec. dopo aver comprato il feudo di Atripalda, diede grande impulso non
solo alle antiche ferriere, ma anche ai mulini, alle laniere, alle gualchiere e
alla cartiera; questi opifici funzionavano a trazione idraulica ed erano
impiantati vicino ai corsi fluviali del Sabato, Salzola e Fenestrelle.
Intorno alle attività industriali e
commerciali ruotava tutta la vita del paese, favorendone lo sviluppo economico.
Il nucleo centrale dell’antica Atripalda era costituito dalla dogana, che si
allungava a forma di un grande capannone con intorno arcate e l’ingresso per
l’accesso dei carri. La dogana feudale era un deposito di cereali,
principalmente grano, considerata come un Consorzio agrario di oggi. La dogana
di Atripalda esisteva già dal medioevo. In quel tempo anche Avellino aveva la
sua dogana (presso l’ex cinema Umberto) e tra loro vi era una grande concorrenza
nello stabilire i prezzi: si crearono forti rivalità commerciali, economiche e
sociali, che durarono secoli. Dalla Puglia arrivavano carri carichi di grano,
che veniva sfarinato nei numerosi mulini di Atripalda, Avellino, Pratola
Serra. La strada Regia delle Puglie ristrutturata nel XVI e XVIII sec., rese
più comodo il transito delle merci. La farina, dopo la sfarinatura nei nostri
mulini, veniva portata a Napoli, dove si aveva gran bisogno per la
panificazione. I Caracciolo che avevano i loro interessi commerciali non solo
nel territorio di Atripalda e Avellino, ma anche nel Serinese e Sanseverino, con
la soppressione della feudalità del 1806 non rimodernarono più gli impianti
degli opifici e le strutture degli stessi, per cui venne meno anche l’impulso
delle attività industriali e la loro decadenza fu decisa. La vecchia dogana
verso la fine dell’Ottocento si trovava in uno stato di tale degrado che fu
demolita e ricostruita dall’altra parte del fiume Sabato, nell’area di “Largo
Mercato”. Da quel momento il nucleo centrale del paese si spostò da sotto ‘a ruana vecchia alla zona dove oggi è situata piazza Umberto I; lo spiazzo dietro
alla nuova dogana (piazza Sparavigna) oggi viene ancora detto arreto ‘a
ruana. L’area di “Largo Mercato” molto più ampia, in passato era costituita da
pochi edifici: c’era il palazzo seicentesco della famiglia Sessa; sulla sua
destra si estendeva la parete tufacea a strapiombo, dove si ergeva maestoso
il convento dei frati francescani mentre di fronte vennero eretti alcuni
palazzi, durante lo stesso periodo che si stava costruendo la dogana.
LA DOGANA NUOVA
Nello spazio dove si doveva costruire
la nuova dogana esistevano delle vecchie case e una fornace o “embreciera”, che
produceva tegole e mattoni, che venivano messi ad asciugare al “Largo Mercato”.
Durante un consiglio comunale del 1883, presieduto dal sindaco Nicola Cennamo,
il consigliere cav. Antonio Arena propose di costruire una nuova dogana
municipale; per l’esecuzione del progetto venne incaricato l’ing. Carmine Biancardi di Avellino. L’area scelta era al “largo portelle” o spiazzo
embreciera, vicino al fondo del cav. Vincenzo Ruggiero e una piccola zona che
apparteneva alla famiglia Tedeschi, estendendosi verso il “Largo Mercato”. Successivamente subentrò
l’Amministrazione del sindaco Luigi Belli, che si mostrò molto attiva nella
realizzazione delle opere pubbliche. Riprese il progetto della dogana, avviato
dall’Amministrazione precedente e furono comprate le aree private suddette. Dalla ricerca (1981) condotta dalla
dott.ssa Maria Grazia Cataldi sulla dogana di Atripalda, si rileva che “alla
chiusura dell’asta d’appalto si decise di affidare i lavori all’impresa del
sig. Gaetano Romano”. I lavori della costruzione dovevano già essere in corso in
data 30 gennaio 1886, e verso il 1890 furono completati. Fu redatto anche un Regolamento
interno per la gestione del mercato dei “cereali e dei legumi". La pianta
dell’edificio, di forma quadrata, presentava l’entrata dal “Largo Mercato” e
l’uscita dalla porta posteriore (arreto ‘a ruana). In questo spiazzo il
costruttore atripaldese G. Romano eresse il suo palazzo nel periodo in cui la
dogana era stata da poco completata. Nel retro della dogana venne costruito
anche il macello comunale. Al centro della facciata della dogana fu collocato un
orologio con campana, realizzato da Alfonso Curcio di Napoli. L’area del “largo
Mercato” che allora era sterrata venne sistemata in basolato dall’impresa
Scarano, che lavorò dei basoli anche “con i corsetti d’incanalamento di acque
sotto i marciapiedi”. Prospiciente la dogana si impiantò una fontana in
travertino di forma rotonda, che fu successivamente smembrata, e che fece posto
alla costruzione del monumento ai caduti in guerra. Un’opera pubblica meritoria
e di grande importanza realizzata dall’Amministrazione Belli fu senz’altro
l’impianto di illuminazione elettrica del paese. Su questo argomento ci piace
riportare il seguente scritto dell’epoca: “Oltre di tutte le opere… è pur
notevole di speciale considerazione quella della luce elettrica che ha portato
questa città ad un grado di civiltà che invidiano altre Città Capoluogo di
Provincia e di notevole importanza. Se non si fosse avuto l’accorgimento di
profittare dell’ing. cav. Taddei Girolamo che aveva fatto il contratto per
Avellino, domandando una simile concessione anche per Atripalda, la luce
elettrica non si sarebbe avuta certamente prima di altro mezzo secolo, ed è
notorio a tutti che la impresa (Taddei) nel nostro paese rifonde giornalmente
perché la spesa è superiore agli utili. E’ superfluo dire che il paese è
soddisfatto dell’attuale illuminazione che facevasi a petrolio e in determinati
giorni del mese, e che era causa tutte le sere di alti lamenti”. Ad Avellino
l’inaugurazione dell’impianto di illuminazione si svolse il 5 febbraio 1888 e ad
Atripalda qualche mese dopo. Nel vasto spiazzo avanti la dogana
furono collocati lampioni di metallo con bracci curvilinei e all’estremità le
lampade elettriche. L’aspetto ambientale della piazza cambiò con la nuova e
decorosa sistemazione.
LA PIAZZA INTITOLATA AL RE UMBERTO I
Il 29 luglio del 1900 si verificò un
orrendo assassinio, il re Umberto I fu ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci,
lasciando con quel gesto gli italiani costernati. Il sindaco di Atripalda Luigi
Belli nel ricordare la figura del re così dichiarò: “Il soldato che a Villafranca mostrò sprezzando la vita, come l’unità e l’indipendenza della
nostra patria fossero il suo primo pensiero, il Re generoso e prode, magnanimo
e leale, che nelle proprie mani scaldò le mani del coleroso dei fondaci di
Napoli e che a Casamicciola (sisma) asciugò le lacrime di tanti orfani”. La Società Operaia di Atripalda,
sorta nel 1884, che aveva come Presidente onorario il giovane figlio del Re
(Vittorio Emanuele III), in collaborazione con l’Amministrazione comunale
decide di apporre sulla facciata della nuova dogana un’epigrafe dedicata al
Re buono e leale (ancora oggi si osserva). Il giorno della commemorazione fu
fissato al 21 agosto del 1900 e per relazionare sull’evento si scelse il comm.
Giovanni Masucci, Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione di Napoli,
che all’epoca abitava a Serino; il quale prima di dare il suo consenso scrisse
questa lettera al sindaco: “.. accetto l’incarico ononifico, che codesto
Municipio intende affidarmi, ma lo accetto alle seguenti condizioni: 1) che mi
giunga un formale invito in iscritto; 2) che venga accertato che nessun altro
sia stato invitato prima di me, e che tutto procederà con ordine e calma
perfetta e che il mio intervento non possa dispiacere ad alcuno”. Insieme
all’iscrizione sul marmo fu deciso di fare un mezzo busto bronzeo con l’effigie
del re; l'opera la realizzò Francesco Brancale, incisore e fonditore di Napoli il
quale come compenso ricevette la somma di lire 275 dal Presidente della Società
operaia, Alessandro Gengaro fu Nicola, mentre il professore di disegno Domenico
Pellecchia ebbe lire 60 per aver fatto eseguire “una ghirlanda in ferro
galvanizzato o fusione di bronzo e per aver segnato le lettere della lapide, e
per aver diretto l’intero lavoro fino alla messa in opera”. Da un verbale di
delibera del consiglio comunale dell’8 febbraio 1891 si rileva che la spesa
complessiva fu di lire 450 “da pagarsi da tale ammontare lire 398,90 alla
Società Operaia”. Con la sistemazione della lapide e del busto bronzeo del re
la denominazione di “Largo Mercato” venne sostituita con il titolo di piazza
Umberto I e la strada che dalla Maddalena porta alla piazza venne chiamata
Corso Nazionale (oggi via Roma).
IL MERCATO E LE FIERE
Il toponimo “Largo Mercato” sta ad
indicare che nei secoli in questa area di Atripalda si svolse sempre il mercato
settimanale del giovedì, nel medioevo, come si rileva da un documento del 1272
di re Carlo d’Angiò, ad Atripalda si svolgeva una grande mercato. Il mercato in
paese è stato ed è uno dei più importanti della provincia; in passato vi
affluivano genti di molte province. Si vendevano ortaggi prodotti nel Nolano, si
contrattava l’acquisto di animali, si vendeva carne salata e i negozianti
solofrani venivano a comprare pelli pecorine. Si sceglievano le rinomate pecore
pugliesi (“arieti e pecore di razza gentile introdotte da Federico II dalla
Spagna”), allevate a Montella, a Nusco, a Calitri, Conza; a questo proposito
Mario Sarro scrive che per le pecore veniva pagata la fida riscossa in Irpinia
dai commissari di Foggia. In concomitanza con determinate feste, nei nostri
paesi si svolgevano anche le fiere, molto sentite dal mondo contadino. Le più
importanti erano quelle di San Paolino a Nola, di San Modestino ad Avellino, di
Sant’Egidio a Montefusco, di Ariano, di Grottaminarda… e quelle più accorsate di
Foggia e Salerno. Ad Atripalda avevano luogo la fiera di San Marco e di Santa
Maria delle Grazie. Nel 1315, Roberto d’Angiò concesse all’Università (comune)
di Atripalda “per intercessione del suo signore, Conte di Nola Romano de Filiis
Urs, di tenere annualmente, nel mese di maggio, una fiera di cinque giorni. Ciò
provocò il risentimento degli Avellinesi”. La fiera di San Marco anticamente si
effettuava nell’area dell’attuale rione Fiumitello, dal 24 aprile al I° di
maggio, poi fu trasferita in Piazza Umberto I°. Nel rione Fiumitello venivano
costruite “baracche provvisorie” in legno e osterie per la vendita. La fiera era
importante per la vendita di attrezzi agricoli in ferro e in legno, di oggetti
in rame, vasellame in terracotta, ecc. Dalla Puglia e dall’alta Irpinia
veniva gente per vendere e comprare soprattutto gli animali, come: cavalli,
asini, muli, pecore, vacche, vitelli, capre, maiali... La fiera di Santa Maria
si svolgeva in onore della Madonna delle Grazie (2 luglio) e durava dal I° al
10 luglio. Per la fiera veniva nominato dal
feudatario un giudice speciale o il sindaco, chiamato “maestro di fiera” che si
assumeva la responsabilità di vigilare per evitare litigi e risse. Prima della
fiera si stilava un atto notarile, che descriveva i vincoli del rituale e del
cerimoniale e che era particolarmente interessante perché faceva conoscere
anche il nome del sindaco e degli eletti. Ad Atripalda, prima della fiera, il
sindaco ed eletti si recavano presso il palazzo ducale della famiglia Caracciolo
per prendere in consegna lo stendardo della fiera. La fiera di San
Marco nel paese rimase in uso fino alla seconda guerra mondiale mentre quella
di Santa Maria già era scomparsa.
GLI ABUSI EDILIZI IN
PIAZZA
Quando la fontana, situata di fronte
alla dogana venne smontata, per dare posto alla costruzione del monumento ai
caduti di guerra, i suoi pezzi curvilinei in travertino furono utilizzati per
la messa in opera di due fontane, che furono sistemate in piazza, ai lati di un
“casotto del dazio”, dove oggi sì ergono i pini. Alle spalle delle fontane si
estendeva un pezzo di terreno con alberi di tiglio, tanto che comunemente
veniva detto “sotto e teglie”. Su questo versante della piazza
iniziò la devastazione ambientale e l’invasione del cemento. Negli anni ‘50
venne per primo eretto il complesso del cinema-teatro Ideal, della famiglia
Troncone; si ricorda che durante lo sterro emersero delle tombe di epoca romana
e una fabbrica che doveva essere il condotto di un canale delle acque di scarico
della città romana di Abellinum, che è sotterrata sul pianoro di “Civita”.
Successivamente si diede mano alla costruzione di un altro edificio con
porticati davanti: nel progetto iniziale erano tre piani ma furono costruiti
cinque, coprendo la suggestiva veduta del convento dei monaci francescani. Ci
furono forti proteste da parte dei padri francescani, e di pochi
cittadini, prevalsero però i giochi politici. Ma
non finisce qui! Prima del sisma del 1980 venne demolito il seicentesco palazzo
della famiglia Sessa (detto anche la “Pagoda” perché vi erano dei locali per
ricevimenti e sponsali), il più interessante dal punto di vista architettonico-artistico dei palazzi signorili, che sovrastava la piazza. Al
suo posto fu eretta una grande costruzione in cemento che esteticamente lascia
molto a desiderare. Così venne completata la devastazione
della piazza. La Soprintendenza diede il permesso di demolire il palazzo Sessa,
con il vincolo che il suo portale barocco dovesse essere inserito nella
facciata della nuova costruzione, ma non se ne fece nulla. Adesso il portale
si trova inserito nell’atrio della dogana, dove sono depositate le opere d’arte
che la Soprintendenza tiene in custodia. Sulla sinistra della dogana è stato
ricostruito sobriamente l’edificio che all’origine apparteneva alla famiglia
Tedeschi, però va detto che fra i vani a piano terra e quello del primo piano vi
è un contrasto stilistico.
(Corriere - 26.01.2003)
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