CONFESSIONI DI SEI
"EX"
Giuseppe Galasso, eletto alla carica di Primo cittadino
di Avellino nel giugno 2004, è il sedicesimo sindaco del Capoluogo irpino
dell'era repubblicana. E' stato preceduto alla guida della città nell'ordine da:
Antonio Di Nunno, Angelo Romano, Lorenzo Venezia, Giovanni Pionati, Antonio
Matarazzo, Massimo Preziosi, Antonio Aurigemma, Angelo Scalpati, Emilio Turco,
Michelangelo Nicoletti, Domenico Cucciniello, Olindo Preziosi, Francesco
Amendola e Vincenzo Di Tondo, oltre che dai commissari prefettizi Raffaele
Sbrescia, Ugo Miele, Venanzio Cucugliata, Francesco Amendola, Antonio Mancini e
Vincenzo Di Tondo.
I sindaci chiamati a gestire la cosa pubblica in due momenti estremamente difficili
e tragici per Avellino - il dopoguerra ed il doposisma - affidarono al cronista,
in occasione delle elezioni comunali del 1999,
le loro "confessioni" che rappresentano un particolare "spaccato"
della vita di Avellino. I Primi cittadini furono concordi su tre specifici punti.
In primis emerse che quello finanziario, tra i molteplici che richiedono
quotidiana soluzione, è sicuramente il problema più antico del Comune di
Avellino i cui amministratori sono stati sempre costretti - ad eccezione del
periodo immediatamente successivo al sisma del 23 novembre 1980 caratterizzato
da un torrente di denaro pubblico, per giunta non sempre impiegato correttamente
e sulla base di finalità produttive - ad operare con grande parsimonia, facendo
di necessità virtù. Don Mimì Cucciniello, il più "stagionato" dei Primi cittadini
ascoltati,
addirittura parlò dei summit che teneva ogni mese - siamo appunto nei primi anni
del dopoguerra - con esattore, economo e ragioniere per far quadrare i conti. Nacchettino Aurigemma, nella battaglia che la sua amministrazione pose in
essere contro gli illeciti nell'edilizia, scelse la strada della sanzione
pecuniaria e non dell'abbattimento delle costruzioni abusive per portare un po'
di grano nella botte. Gli ex sindaci furono inoltre concordi nell'esprimere un giudizio estremamente negativo
sulla "rivoluzione" che ha investito agli inizi degli anni Novanta il pianeta
politico, locale e nazionale, generando confusione e pressappochismo. E sul banco degli
accusati finirono nelle loro "confessioni" i partiti ed il
legislatore, incapaci i primi di interpretare le mutate esigenze della gente ed
il secondo, il legislatore, di scrivere regole precise e tali comunque da
assicurare il corretto funzionamento delle istituzioni e la tutela stessa
della democrazia. Infine, un ulteriore punto che vide accomunati gli ex sindaci di Avellino fu
la denuncia del basso livello culturale della classe politica provinciale
post-rivoluzione,
spesso inadeguata rispetto ai problemi che la gestione di una comunità,
piccola o grande che possa essere, quotidianamente comporta. Una classe politica rissosa, venne
evidenziato, che preferisce l'affronto al confronto, lo scontro all'incontro.
Quale fu in quell'occasione il messaggio degli ex sindaci ai
futuri amministratori di Avellino? Lavorare con passione nell'interesse esclusivo della gente ed ipotizzare un serio
"progetto Avellino", capace di coinvolgere le migliori intelligenze della città.
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