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OPINIONI A CONFRONTO |
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COSTITUENTE DI DESTRA, ULTIMA SPIAGGIA Eugenio Laurenzano |
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20-06-2009 - I risultati delle recenti consultazioni elettorali impongono a tutti, almeno a quanti in politica operano oltre che con passione anche con pragmatismo, un serio e non più procrastinabile momento di attenta riflessione. Gli innumerevoli rivoli di risorse umane che si agitano sulla destra della Pdl – i fatti lo dimostrano – non consentono a nessuno di prendere visibilità e soprattutto di incidere con la propria cultura e con le proprie idee sulla gestione della cosa pubblica. Da tempo, da troppo tempo, nel variegato e complesso mondo della destra italiana si registra una dispersione di energie che è ai confini tra irresponsabilità ed inadeguatezza gestionale di un patrimonio umano, culturale ed ideologico dalle inimmaginabili potenzialità. Di fronte alla storia – a quella storia che appartiene a tutti noi, nella stessa misura – e di fronte all’attualità che è sotto gli occhi di tutti, si ha il dovere da parte di quanti credono nei valori storici, bagnati di lacrime e sangue, della destra di dimostrare con i fatti di far riemergere nella società italiana detti valori, valori che tutti noi, sicuramente per convinzione e non per convenienza, diciamo in ogni occasione, pubblica o privata che sia, di aver imparato ad inseguire grazie agli insegnamenti di Giorgio Almirante. La questione morale, in un Paese come il nostro dove la laicità trova spazio soltanto in cervelli deviati, sta logorando progressivamente la compagine governativa dalla quale autorevoli componenti del mondo cattolico vanno prendendo le opportune distanze; la sudditanza della Pdl nei confronti della Lega Nord si tocca con mano; le incomprensioni tra i due soci dell’armata berlusconiana quotidianamente richiamano l’attenzione della stampa; la situazione socio-economica del Paese non dà segni tangibili di ripresa dopo oltre un anno di governo: di fronte a tutto ciò, noi brava gente di destra, non sappiamo fare altro che litigare per un simbolo, per una virgola, per un emblema. Il popolo della destra – è sufficiente leggere i vari blog per comprendere i sentimenti della base – chiede ad alta voce l’unità dell’area, chiede un movimento di destra che, aperto decisamente al sociale in contrapposizione ad uno sfrenato liberalismo dilagante ed invasivo, abbia la forza di porre in agenda: famiglia, lavoro, ambiente, fasce deboli. Perché ciò possa avvenire è necessario ed indispensabile che ciascuno di noi – “piccolo” o “grande” che sia – faccia un passo indietro per poi concorrere tutti insieme, sulla base di un’attenta rivisitazione dei postulati almirantiani, alla realizzazione della costituente di destra, senza se e senza ma, sapendo attingere nuove energie dalla società civile, dal mondo dei mestieri, dalle accademie universitarie, dal mondo della cultura. E’ incomprensibile come in alcune zone d’Italia per sopravvivere politicamente si è stati costretti dalla necessità a viaggiare insieme, sia pure su carrozze diverse, a De Mita, a Mastella, a Lombardo, a Scotti e constatare poi che gente che ha lo stesso Dna, che vanta le stesse origini, che si prefigge di raggiungere la stessa meta non ritrovi in sé il buon senso di stare insieme e di guardare con rinnovata fede al futuro, mettendo da parte sterili nostalgismi e velleitari protagonismi. Futuro che divisi come siamo sicuramente non ci appartiene. |
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Il 25 aprile non è una pagina cosI' NOBILE Rosolino Peressini - la Padania online |
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10-04-2005 - Permettetemi un pensiero per il 25 aprile di 60 anni fa, che verrà celebrato tra poco in pompa magna in questa nostra "patria". Allora eravamo come l'Iraq oggi: alla mercé di un dittatore. Vedo però un’enorme differenza tra i due popoli e cioè da noi orgoglio e dignità erano vuote parole, mentre per la gente del golfo sono tutto. Noi in un batter d’occhio abbiamo bruciato la bandiera del perdente alleato tedesco, per sventolare senza pudori quella vincente americana come in un giro di valzer viennese con scambio di cavaliere, tanto da lasciare interdetti anche i nuovi alleati. E noi tutt'oggi, dopo sessant'anni, abbiamo lo spudorato coraggio di celebrare una tale disfatta morale! E poi quale liberazione... liberati da chi? Da noi stessi? Poiché abbiamo fino a poco prima osannato nelle piazze gremite il nostro leader, orgogliosi per l'impero e con estrema disinvoltura giratogli le spalle poco dopo! Abbiamo scodinzolato al nuovo alleato tanto da fargli dire stupefatto: l'Italia ha raddoppiato la popolazione da un giorno all'altro, prima tutti fascisti, ora tutti antifascisti! E chi avrebbe dovuto crederci, rispettarci... L'Iraq insegna nella sua miseria, con tante sofferenze patite non ha sventolato bandiere americane come avvenuto qui da noi. Noi eravamo i fautori della guerra con gli alleati tedeschi e tutt'al più potevamo sventolare la bandiera bianca della resa e non quella del vincitore. Certo che più ci ragiono e meno capisco la nascita della Repubblica italiana ispirata alla Resistenza che altro non è stata che il frutto di un tradimento! E il 25 aprile non deve essere festeggiato, ma commemorato, o meglio dimenticato in fretta, se si vuole essere un popolo con la P maiuscola, meritevole di rispetto come quello iracheno! Nella nostra breve storia nazionale non abbiamo grandi pagine nobili da ricordare. |
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ALMIRANTE A SEDICI ANNI DALLA SCOMPARSA Franco Servello - Secolo d’Italia |
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22-05-2004 - Almirante, l’uomo politico, nasce con il Movimento Sociale Italiano. È ormai inverno del 1946. L’Italia esce dalla guerra stremata. L’Italia aveva perduto la guerra e ora pagava per avere concepito un equilibrio internazionale fondato sul principio del comune diritto dei popoli alle fonti di energia. La guerra aveva portato nel nostro Paese violenta discriminazione, odio politico, condanna inappellabile. Vi erano uomini in buona fede che avevano agito, offrendo in innumerevoli casi la vita, nella certezza di contribuire agli interessi storici del proprio Paese, avvenire, sicurezza economica, un domani per le nuove generazioni. Era necessario, era urgente, che menti illuminate agissero esponendosi politicamente, nella maniera più disinteressata, nel tentativo di riportare nel Paese una valutazione serena degli avvenimenti, delle scelte, del concetto stesso di avvenire. Un’opera urgente, perché la discriminazione, l’intolleranza, l’odio ideologico portano alla paralisi della vita di un popolo, la maturazione di disegni eversivi, la strada della violenza del più forte. Giorgio Almirante, fin dall’inizio della sua azione politica, fin da quando, cioè, con alcuni amici legati da forti sentimenti, fu tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano, ebbe costante l’idea primaria della pacificazione tra gli italiani, la ricerca di un elemento coagulante comune, un progetto che superasse le divisioni legate al passato e a tentazioni egemoniche. Era radicato in lui e nei suoi amici il concetto di socialità. Un popolo ha un destino se concentra tutti i propri sforzi nella ricerca dello sviluppo armonico nella parità dei doveri e dei diritti. È vano cercare il futuro se sono preponderanti privilegi e astute manipolazioni, il disinteresse per chi, anche nell’umiltà del lavoro quotidiano offre collaborazione, sia pure modesta, ma in ogni caso preziosa. Ogni uomo — in una visione etica, e vorrei dire, cristiana — ha la sua dignità intangibile, il suo destino. Giorgio Almirante, dopo la nascita del Movimento Sociale italiano, scelse la strada dell’interprete di questi sentimenti, di queste fondamentali esigenze. Era povero, si muoveva con mezzi al minimo. Spesso, raggiungendo località lontane da Roma, sede del Movimento, erano gli amici che lo ospitavano, che gli fornivano il necessario per tornare dopo il comizio, anzi, dopo più comizi che egli teneva, tre, anche quattro o cinque nella stessa giornata, senza risparmiarsi e sempre affrontando tematiche nuove aderenti al concetto principale, via via arricchendo una oratoria che, dopo, diventerà appassionata, fra le più originali e culturalmente elevata del mondo politico del nostro Paese. Con Almirante nasceva una classe politica che nella guerra aveva formato il proprio carattere umano e morale, il senso del sacrificio per il proprio Paese, il concetto della solidarietà. Il Movimento che parlava di linguaggio nuovo della solidarietà tra gli italiani, la pacificazione dopo la tragedia della guerra, la ricerca del sistema più confacente ai nostri bisogni, ebbe il conforto e la collaborazione di una stampa fiancheggiatrice agile, coraggiosa, competente, il «Meridiano d’Italia», «Asso di Bastoni», «Rivolta Ideale», «Rosso e Nero», «Rataplan». Il «Meridiano d’Italia» uscì nel gennaio 1946. Era un settimanale che si rivolgeva agli italiani della produzione e del lavoro. Ma si soffermava anche, con scrupolo, ricerca serena ma meticolosa, sulle pagine oscure di chi aveva o sabotato il sacrificio di coloro che avevano risposto alla chiamata della patria, o aveva approfittato delle drammatiche emergenze connesse al dopoguerra per lucrare in proprio, avventurieri che avevano calcolato di vivere nella violenza e nel delitto, qualche volta con la complicità di apparati attigui al potere. Il «Meridiano d’Italia» era stato fondato da Franco de Agazio, giornalista e scrittore di alto profilo intellettuale e umano. Fu assassinato il 14 marzo 1947 perché le sue inchieste si avvicinavano al nocciolo del problema della rapina in nome di una ideologia. In realtà la Volante Rossa, che aveva portato a termine il delitto, era una banda armata che si era data una identità e che aveva macchiato di sangue il dopoguerra nel Nord. Quando il Movimento Sociale Italiano sempre più si radicava nel Paese con la sua proposta politica, l’esempio della sua probità morale al confronto di una classe emergente dedita all’occupazione totale del potere, nasceva il «Secolo d'Italia», quotidiano fiancheggiatore fondato e diretto da Franz Turchi, già Prefetto di La Spezia nella Rsi. Almirante, esercitando con raro equilibrio, con prosa essenziale, efficace nella contrapposizione dialettica, viva di un profondo sentimento di partecipazione ai problemi di un Paese che nasceva dopo la guerra fra grandi difficoltà di orientamento, frequentemente, tra un impegno crescente nelle piazze d’Italia, pubblicava i suoi scritti. I suoi articoli di fondo, i suoi corsivi convergono sempre nell’assunto fondamentale che il Paese sarebbe risorto dal dramma della guerra solo se avesse trovato la strada della pacificazione tra gli animi, una religione, se così possiamo dire, della patria comune a tutti i suoi figli. Questa sua prosa densa di pensiero politico e di speranza nelle qualità migliori del popolo italiano, Almirante la diffondeva anche nei periodici dei quali abbiamo parlato. E sarà sempre sorprendente constatare come egli potesse affrontare una tale mole di lavoro intellettuale, politico. Ma questa era la sua personalità, il suggerimento morale della sua coscienza: un lascito luminoso e tremendo, ma nello stesso tempo pacifico e profondamente umano che, nel tempo, dopo la sua dolorosa dipartita, diventerà non solo il tratto dominante di chi continuerà la sua opera, ma anche una diffusissima stima negli italiani, sicché non è azzardato — anzi è largamente ammesso — considerarlo una delle figure più incisive del dopoguerra nel nostro Paese. Furono anni, nell’interminabile dopoguerra, di estrema difficoltà politica. Si agitava il passato come spettro, come minaccia, come lascito esiziale, un pericolo costante da esorcizzare. L’ostilità che arrivava alla persecuzione, a leggi arbitrarie, in alcuni casi scellerati al delitto politico, era conseguenza, o, in ogni caso, riflesso del famigerato «Arco costituzionale», invenzione discriminatoria della Democrazia cristiana, in stretta intesa con il Partito comunista. Non contava la lealtà del Movimento Sociale alle Istituzioni democratiche, il suo contributo al dibattito parlamentare sui problemi politici, sociali, internazionali dell’Italia. Si ravvisava nel messaggio del Movimento Sociale il pericolo di un confronto. Giorgio Almirante, con oratoria lucida, esente da sottintesi e da astuzie dialettiche, che caratterizzavano il progetto degli avversari politici, configurava il percorso necessario agli italiani, soprattutto alle nuove generazioni, anche nel delinearsi di novità decisive nel campo della tecnologia e della scienza che liberava l’Italia dalle strettoie della realtà rurale, di Paese povero di risorse naturali, e la proiettava nel confronto internazionale, del rinnovamento delle energie vitali giustamente definite epocali. Giorgio Almirante nella sua lunga militanza politica, nei suoi scritti, nella sua visione di uno Stato moderno e libero, aveva attinto energie e convinzioni in tutto l’arco della sua vita, combattente al fronte e decorato al valore militare, giornalista con vaste risorse culturali ed etiche, uomo politico teso alla conciliazione tra gli italiani per il raggiungimento di un progetto politico che portasse l’Italia nello schieramento libero dell’Occidente. Il messaggio di Giorgio Almirante, soprattutto gli interessi spirituali del popolo italiano, il suo onore, la sua dignità, il coraggio per le prove della vita, il bisogno della giustizia come elemento irrinunciabile di coesione tra le categorie sociali, è richiamo quotidiano della coscienza di chi, nel nostro partito offre, con il proprio impegno politico e civile, il meglio di sé stesso per il domani della nostra nazione. |
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QUELLO CHE NON E' STATO DETTO SUL FASCISMO Roberto Gervaso - Il Mattino |
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07-12-2003 - Sappiamo tutti cos’è stato il fascismo e chi è stato il suo fondatore. Lo sappiamo tutti e lo sa anche Fini, che a Gerusalemme ha detto quello che doveva dire, ma anche quello che avrebbe fatto meglio a tacere. Doveva dire che il fascismo, dal 1938 in poi, fu un regime infame perché infami furono le leggi razziali, infame fu l’alleanza con Hitler, folle, infame e suicida fu l’entrata in guerra al suo fianco. Doveva anche dire, e non ci pare che lo abbia detto e, se lo ha detto ci è sfuggito, che primo, colossale, tragico errore fu la guerra d’Etiopia. Per almeno due motivi. Il primo: il colonialismo era al tramonto. Prima o poi, i Paesi asserviti alle grandi potenze occidentali - Francia e Gran Bretagna - si sarebbero ribellati al più intollerabile degli sfruttamenti. Il secondo motivo: dichiarando guerra al Negus, il Duce si sentì un guerriero, un rinato Alessandro Magno, un moderno Giulio Cesere, un redivivo Napoleone in salsa romagnola. Abile leader e fantasioso statista, si convinse e convinse gli italiani, che con poche, lodevoli eroiche eccezioni, pendevano dalle sue labbra, osannandolo come l’uomo della Provvidenza, si convinse di essere anche l’uomo di Marte. Si montò la testa e la perse. La campagna d’Africa fu un trionfo, grazie alla soverchiante superiorità militare delle nostre truppe, sfidate da bande tribali male assortite e peggio armate. Se queste pagine di storia, che non si possono né si devono dimenticare, furono un male assoluto, il cavalier Benito ne scrisse altre, che male assoluto non furono. E questo Fini, che le vicende del fascismo le conosce, più e meglio di noi, non può, né deve dimenticarlo. Non può, e non deve dimenticare quel che nel decennio più vitale e fecondo della sua dittatura (ché dittatura il fascismo fu) scrisse il New York Times che, fino a prova contraria, non era il Popolo d’Italia: «Nella persona del Duce si fondano le doti di Mazzini e di Cavour». O quello che disse Churchill, che non era Farinacci né Starace. Dell’ex maestro elementare di Dovia, il mastino di Blenheim, forse il più grande statista del Novecento, lodò il «senso realistico e lungimirante». L’arcivescovo di Canterbury andò oltre, celebrando Mussolini come «l’unico gigante d’Europa». E oltre andò il Mahatma Gandhi, che vide nel fondatore del fascismo «l’uomo superire». Non siamo revisionisti perché quello che diciamo e scriviamo oggi, lo abbiamo sempre detto e scritto, anche quando certe cose, certe verità si dovevano tacere, pena anatemi e bandi. Non siamo revisionisti e non ci piacciono i pentiti, quelli che ieri suonavano una campana - la campana di moda - e oggi ne suonano un’altra. Anche questa di moda. Liberali da sempre, lo saremo fino alla fine dei nostri giorni. E non perché eroi. No: perché siamo fatti così. Né potremmo, e vorremmo, essere diversi. Conosciamo abbastanza bene la storia del nostro Paese e di un ventennio che fu, sì, dispotico e liberticida, ma non fu solo questo. Se chi lo dominò commise errori fatali, macchiandosi di colpe enormi, foriere di scelte sciagurate ed esiti calamitosi, fece anche cose buone, specialmente in campo economico e sociale. Se la battaglia del grano ebbe risvolti comici (il Capo che a torso nudo s’improvvisa trebbiatore e balla la mazurka sull’aia delle cascine con le massaie rurali), garantì al Paese, o ne ebbe l’ambizione, l’autosufficienza. La lira andava, forse, difesa meglio, ma la «quota novanta» non fu un colpo di testa. Mori, il «prefetto di ferro», in Sicilia poteva fare di più, ma qualcosa fece, e se la malapianta mafiosa non venne estirpata, fu potata. La bonifica delle paludi pontine è ancora lì, sotto gli occhi di tutti (e sono passati ottant’anni). E poi l’elettrificazione della linea ferroviaria, le migliaia di chilometri di nuove strade, gli acquedotti nella plaghe più aride. E, in campo sociale, le colonie, l’Opera nazionale maternità e infanzia. In quello politico e diplomatico il Concordato con la Chiesa, voluto da un ex mangiapreti e un vecchio bestemmiatore. In campo scolastico e culturale, la riforma Gentile, l’Accademia d’Italia, l’Enciclopedia Treccani, i Littoriali. E la repubblichina di Salò? Una brutta, bruttissima pagina. Scritta non solo dagli ultras, fanatici e sanguinari, al servizio di Hitler e del nazismo, ma anche da giovani in buonafede, pronti a morire (e molti morirono) per un’idea. Sbagliata finché volete, ma che il sacrificio della vita, comunque, riscattò. Queste cose, e altre ancora, Fini le sa. Perché non le ha dette? |
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LA KIPPAH DI FINI Marcello Veneziani - Il Giornale |
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28-11-2003 - Ora che Fini si è tolto la kippa ed è tornato a Palazzo Chigi, possiamo ragionare a freddo. Tralascio quel che è stato considerato l'atto più importante di Fini, il ripudio dell'antisemitismo e dell'orrore della Shoah: Fini ha reso solenne un ripudio che in realtà apparteneva e non da ieri alla destra italiana. Mi soffermo invece su altri due punti. Il ripudio totale del fascismo e l'ipotesi di rimuovere la fiamma tricolore. Prima di entrare in argomento mi limito a notare una cosa: la svolta di Fini è piaciuta al novanta per cento degli italiani. La sua sfortuna è che in quel dieci per cento di dissenzienti la maggior parte sono suoi elettori. Ma Fini ne è consapevole. Torniamo a bomba. Il ripudio totale del fascismo. Superato lo sgomento delle prime ore, dico: finalmente. Finalmente non tanto perché la politica sia stata liberata dalle unghie del passato, dalla storia, dal fascismo, ma per il suo rovescio: finalmente la storia, il passato, il fascismo sono stati liberati dalle unghie della politica, delle campagne elettorali, delle immaginette simoniache o denigratorie. Finalmente la nostalgia è uscita dalle stanze della politica per tornare ad essere sentimento personale o intimo, lievito per la letteratura e non per le candidature. La nostalgia è un nobile sentimento, ma in politica diventa rancoroso risentimento. Finalmente sarà possibile coltivare un diverso giudizio storico anche sul fascismo senza doverlo collegare alla politica, al presente e alle miserabili rendite di posizione del neofascismo e dell'antifascismo. Finalmente si potrà rivedere la storia senza appartenenze, senza implicazioni di natura politica, partitica ed elettorale. E finalmente potremo parlare, anche bene, di Gentile e di Bottai, di Rocco e di Crollalanza, di Berto Ricci e di altre figure del Novecento, senza timore di apparire politicamente nostalgici di regimi, tempi e movimenti che non sono i nostri. Finalmente la storia si riprende i suoi territori, la tragedia le sue espressioni, e la politica, la teatrinocrazia, il presente si concentrano sulle loro cosette di giornata. Mi auguro che avvenga presto la stessa cosa anche altrove. Attendo con ansia che i leader della sinistra vadano a rendere omaggio nei gulag, nelle foibe, ai martiri del comunismo e dicano là sul comunismo le cose che Fini ha detto del fascismo. Nell'attesa dei viaggi riparatori, mi auguro che vadano in tv a parlare del triangolo rosso e del sangue dei vinti, senza quel fuggi fuggi generale da questi temi reputati finora scabrosi. Sogno di vivere in un Paese in cui per governare e per far politica, non ci sia bisogno di pellegrinaggi, abiure e pentimenti. Sogno un Paese libero di pensare al suo passato, senza pietre al collo e scheletri nel bagagliaio. Che non vuol dire Paese smemorato o politica priva di storia, dio ce ne scampi: ma precisa distinzione tra la memoria e la polemica, tra la provenienza e il progetto. Quanto alla fiamma tricolore, merita un discorso a parte e non qualche battuta d'appendice; perciò me ne astengo, vorrei riprendere a parlarne un'altra volta, se non si spegne nel frattempo... |
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