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LIBORIO ROMANO |
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Deputato del Regno d'Italia eletto nel collegio di Atripalda |
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Liborio Romano, l’uomo più discusso del Risorgimento italiano, fu un personaggio-chiave in un periodo storico difficile, tormentato, meraviglioso e glorioso quale fu quello dell’Unità d’Italia e, al tempo stesso, un cittadino abile nella politica, l’ultimo Ministro del Re di Napoli, Francesco II Borbone, al servizio del governo di una dinastia che alcuni anni prima era stata definita “la negazione di Dio eretta in sistema”. Insomma, un “novello Giano”, un “nume polifronte” come si presentava a Guido Ghezzi, uno dei più attenti e documentati studiosi dell'epoca. Candidato nelle elezioni politiche del gennaio 1861 nel Regno d’Italia, fu il più suffragato in senso assoluto con oltre quattrocentomila preferenze ed eletto in ben otto collegi elettorali (“ … fui proclamato deputato con splendido suffragio da otto collegi, che furono quelli di Altamura, Tricase, Bitonto, Atripalda, Sala, Napoli, quartiere della Vicaria, Palata e Campobasso…”). Scelse il collegio di Tricase, per amore al suo luogo natio. La sua popolarità era illimitata, a Napoli era il politico più amato dal popolo e dalla Guardia Nazionale. Ma era anche l’Uomo pubblico più accusato di “tradimento” per essere sceso dal carro dei Borbone ed essere salito, un istante dopo, sulla carrozza del vincitore, cioè di Garibaldi.
* * * * * * * * * * * * * * Liborio Romano nasce a Patù, un piccolo villaggio a pochissimi chilometri
dal Capo di Santa Maria di Leuca (“Finibus Terrae”), in Terra d’Otranto, il
27 ottobre 1793 da Giulia Maglietta e da Alessandro. Liborio è il
primogenito di una nobile e numerosa famiglia: Gaetano, Elisabetta,
Giovanni, Marta, Giuseppe e Rosa. Ancora fanciullo è condotto a Lecce e
rimane in questa città sino al 1810 per il completamento degli studi
letterari e filosofici. Nel capoluogo leccese, terra di civiltà
antichissima, ha come maestro lo sfortunato poeta Francesco Bernardino
Cicala, letterato di non oscura fama. Alla fine del 1810, Liborio Romano si
trasferisce a Napoli per studiare Giurisprudenza col professore Caterini.
Nella scienza delle leggi ebbe la fortuna poi di avere importanti e
prestigiosi docenti come il Sarno, il Giunti, il Gerardi e soprattutto due
grandi maestri d’eccezione nel barone Felice Parrilli e nel professore
Pasquale Borrelli. Il Romano fu discepolo prima ed assistente poi del famoso
Felice Parrilli, allora Rettore dell’Università, anch’egli fautore di idee
liberali e costituzionali, nonché protettore ed amico di Liborio Romano che
non cessò di aiutarlo durante i momenti più difficili della sua travagliata
esistenza. Infatti, il 9 luglio 1820, la situazione precipitò ed iniziò per
il giovane docente, tanto promettente, la sfortuna della carriera
universitaria; Liborio Romano venne allontanato dall’insegnamento e
confinato a Patù, in Terra d’Otranto. Relegato a Patù, prima di trasferirsi
a Lecce, svolse la professione di avvocato frequentando la Pretura di
Tricase e di altri centri della Provincia. Dopo due anni ottenne il permesso
di trasferirsi a Lecce per esercitare meglio la professione, ma non appena
iniziò, con positivi auspici, fu per disposizione della polizia arrestato e
tradotto a Napoli nel carcere politico di Santa Maria Apparente, insieme al
fratello Gaetano e al cugino Eugenio Romano e molti altri che erano ritenuti
liberali. Erano accusati di appartenere alla società segreta degli
“Ellenisti” o “Edennisti” o dei “Tre Colori”. Finalmente liberato, rimase a
Napoli, dove riprese l’esercizio della sua professione; ma su di lui la
polizia esercitava sempre un’attiva e continua sorveglianza. Liborio Romano,
definito “uomo veramente pericoloso”, pure avendo ottenuto la libertà, non
poteva lasciare Napoli. La continua presenza, in questi anni, in Napoli gli
fu molto utile ed ebbe gran parte nella preparazione dello spirito pubblico
che preparò i moti rivoluzionari dal 1847 al 1848. Nonostante non prese
direttamente parte ai fatti del 15 maggio, scatenatasi con maggiore violenza
la reazione, venne nel febbraio 1850 di nuovo imprigionato e ricondotto in
Santa Maria Apparente. Vi rimase per altri due anni e, senza alcuna forma di
giudizio, fu mandato in esilio, insieme con l’amico Domenico Giannattasio, a
Montpellier in Francia. Dopo un anno si trasferì a Parigi e allacciò
rapporti culturali e politici con Guizot, Lamennais, Barrot , Thiers ed
altri e vi rimase dal 4 febbraio 1852 al 25 giugno 1854. Dal 1855 al 1859
non si intese parlare di lui; visse ritiratissimo, tenendosi fuori dagli
intrighi politici. Si dedicò essenzialmente alle occupazioni professionali e
alle preoccupazioni familiari. Intanto il 22 aprile del 1859, morto
Ferdinando II, cingeva la Corona del Regno Francesco II, suo figlio, educato
a principi reazionari, digiuno di ogni cultura politica ed estraneo a quanto
lo spirito dei tempi imponeva ai reggitori di un popolo. La situazione
socio-politica a Napoli precipitò e ci fu una vera e propria sommossa
popolare. Venne proclamato, come è risaputo, lo stato d’assedio. Furono
giorni tristi e tragici, in particolare il 26 e il 27 di giugno. In questa
situazione di preoccupante emergenza, nella notte tra il 27 e il 28 di
giugno 1860, Liborio Romano assunse l’ufficio di Prefetto di Polizia. Emanò
immediatamente un proclama in cui esortava i cittadini a deporre ogni odio e
ogni privato rancore, e a concorrere al mantenimento dell’ordine pubblico e
della tranquillità. Nonostante il lodevole e continuo impegno del Prefetto
Romano, la situazione diveniva sempre più pericolosa e non si intravvedeva
possibilità alcuna per fronteggiare il pericoloso momento. (“Or, come
salvare la città in mezzo a tanti elementi di disordine e d’imminenti
pericoli? Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata
per la gravezza del caso, uno solo parvemi, se non di certa, almeno di
probabile riuscita: e lo tentai”). Cosa tentò di così importante e
straordinario il Prefetto Liborio Romano? Introdusse, in stato di necessità
e senza nascondersi, alcuni esponenti della camorra napoletana nelle forze
della polizia (ricordiamo i caporioni camorristi: Michele ò Chiazzere,
Schiavetto, Persianaro e Salvatore de Crescenzo, detto Tore ‘e Crescienzo).
Decisione molto discussa e criticata durante la sua vita e successivamente.
Queste le motivazioni e le spiegazioni che lo stesso Liborio Romano diede
per giustificare una tale iniziativa e per difendersi anche dagli attacchi e
dalle calunnie che gli furono rivolte: “Pensai prevenire le tristi opere dei
camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo di riabilitarsi; e
così parvemi toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le
tristi tendenze, in quel momento in cui mancavami ogni forza, non che a
reprimerle, a contenerle… (…) Improvvisai allora, ed armai senza por tempo
in mezzo, una specie di guardia di pubblica sicurezza, come meglio mi riuscì
raggranellarla fra la gente più fedele e devota ai nuovi principj ed
all’ordine; frammischiai fra questi l’elemento camorrista, in proporzione
che, anche volendolo, non potea nuocere; disposi che si organizzasse in
compagnie; posi a capo di essi coloro che ispiravano maggiore fiducia; ed
ordinai che, divisi in pattuglie, scorressero immantinente tutti i quartieri
della città. Questo provvedimento istantaneo, ed istantaneamente attuato,
sconcertò i disegni dei tristi, colpiti assai più dall’attitudine che
dall’imponenza della forza; e così, l’ordine, la città, e le stesse libere
istituzioni, furono salvi dal grave pericolo che li minacciava”. E’ molto
indicativo il periodo finale di tutto il ragionamento che, per motivi di
completezza, riportiamo fedelmente: “Si condanni ora il mezzo da me
adoperato; mi si accusi di aver introdotto nella forza di polizia pochi
uomini rotti ad ogni maniera di vizii e di arbitrj. Io dirò a cotesti
puritani, i quali misurano con la stregua dei tempi normali i momenti di
supremo pericolo, che il mio compito era quello di salvare l’ordine; e lo
salvai col plauso di tutto il paese”. Il 14 luglio 1860, Liborio Romano
veniva poi nominato Ministro dell’Interno e della Polizia, trovandosi
ovviamente di fronte a maggiori responsabilità ed impegni. Il primo di
tutti, in senso assoluto, era proprio quello di salvare il Paese da una
luttuosa catastrofe e dalla guerra civile presente, considerato che diveniva
sempre più difficile salvare la corona di Francesco II. Sul fronte opposto
il trionfo di Garibaldi avveniva in modo continuo in diverse zone
dell’Italia Meridionale e la rivoluzione avanzava ponendo serie
preoccupazioni. Liborio Romano si trovava nella condizione di non poter
resistere a Garibaldi e tantomeno di riuscire a salvare la dinastia, senza
trascurare che come Ministro dell’Interno aveva comunque il dovere di
serbare l’ordine e la più perfetta tranquillità in Napoli. Intanto, alle
cinque pomeridiane del 6 settembre, il Re s’imbarcò e si diresse per Gaeta,
accompagnato dagli amici più fidati di corte e dal loro capo Pietro Ulloa.
La città di Napoli era smarrita, silenziosa e preoccupata; il momento era
davvero particolare e nessuno poteva sottovalutarne la portata. La notte del
6 settembre 1860 venne inviato a Giuseppe Garibaldi un messaggio telegrafico
con il quale lo si informava che nella mattinata del 7 il Sindaco (Principe
di Alessandria) e il Comandante della Guardia Nazionale di Napoli (De Sauget)
sarebbero andati a trovarlo a Salerno. Garibaldi, appresa la notizia, faceva
spedire un telegramma al Ministro dell’Interno e della Polizia, cioè a
Liborio Romano, raccomandandogli l’ordine e la tranquillità della città in
quel momento solenne. Giuseppe Garibaldi entrò in Napoli e, uscito dal
Vescovado, invitava Don Liborio a sedere sulla destra nella propria
carrozza. Il popolo applaudiva in continuazione e spesso faceva anche il
nome di Liborio Romano. A queste spontanee e popolari manifestazioni di
gioia e di allegria, il generale Garibaldi contento disse al Romano: “Io la
felicito della popolarità di cui gode; bisogna valersene, e continuare a
servire il paese”. Liborio Romano, imbarazzato, fece capire subito a
Garibaldi che ciò non era possibile; ma, viste le continue insistenze del
Generale e di molti patrioti, amici e conoscenti, alla fine accettò il
secondo Ministero, che poi sarà fonte di tante noie e fastidi per tutta la
vita. Dal 22 settembre al 7 novembre 1860, non avendo incarichi
ministeriali, riprese con più assiduità la sua consueta professione di
avvocato. Dall’8 novembre 1860 al 15 gennaio 1861 è molto critico nei
confronti della Luogoteneza di Carlo Luigi Farini che faceva gli interessi
del Piemonte. Dal 16 gennaio al 12 marzo 1861 accetta di far parte della
Luogoteneza del Principe di Carignano, quale Ministro dell’Interno; ma,
constatato il tentativo di utilizzare solo la sua popolarità e la fiducia
dei cittadini napoletani, si dimette non condividendo l’egemonia piemontese
nei confronti del Meridione d’Italia. Dal 13 marzo 1861 al 20 luglio 1865 è
alla Camera dei Deputati (“… Io non avea difensori nella sinistra, non godea
le simpatie della destra; era inviso alla consorteria, ai ministri, agli
ambiziosi dei portafogli…”). Dopo qualche giorno Liborio, giunto a Torino,
evitò di vedere il Conte di Cavour e decise di sedere nel centro-sinistra.
Ma Cavour fece sapere, tramite amici, che non capiva l’atteggiamento di Don
Liborio ed in particolare che desiderava parlargli. Il Romano comunicò che
avrebbe volentieri discorso con il Conte e che, per rendere il colloquio più
utile, gli avrebbe prima scritto alcuni appunti sulle condizioni delle
province napoletane che peggioravano ogni giorno di più. Il 15 maggio 1861
la lettera era pronta: “Lettera al Sig. Conte di Cavour sulle condizioni
delle province napoletane”. La lettera è “divisa in dieci capitoli”, in
ognuno dei quali è svolto un argomento, o come egli dice, “una piaga”; ricca
di dati e di precisioni, essa è certo il documento più nobile della vita
politica del Romano, e che lo mette, per lo meno cronologicamente, primo
della lunga serie dei politici e degli studiosi, che nei discorsi
parlamentari e negli scritti scientifici apriranno in seguito la questione
meridionale. La lettera fu molto apprezzata dal Cavour che rinnovò l’invito
al Romano per incontrarsi; ma la morte improvvisa del Conte di Cavour (6
giugno 1861) non gli permise di interessarsi. Alla Camera Liborio Romano si
occupò di diversi argomenti; propose diversi emendamenti alle proposte di
legge; svolse il suo ruolo sempre in difesa delle regioni meridionali. Si
presentò poi alle elezioni del 22 e 29 ottobre 1865 e venne di nuovo eletto
deputato nei collegi di Tricase e di Napoli, optando, questa volta, per
quest’ultimo. Liborio Romano terminò di scrivere le “Memorie Politiche”
nell’ottobre del 1866 a Napoli. Sul finire di quest’anno decise di ritornare
a Patù: “il suo corpo era affranto e il suo spirito immedicabilmente
ferito”. Il 17 luglio 1867 Liborio Romano moriva a Patù, suo paese natìo,
alle ore 17.00. |
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