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RE MANFREDI |
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Carlo d'Angiò
foto e testo dal sito www.stupormundi.it di Carlo Fornari e Alberto Gentile |
La vita di Manfredi è ricca di avvenimenti
che hanno condizionato vari secoli di vita italiana. Federico II aveva una
particolare predilezione per Manfredi: perché è figlio di Bianca Lancia,
il suo unico vero amore; perché vede in lui l’erede dello spirito
battagliero, indomito, tipico degli Svevi; perché dimostra di avere le
sue stesse passioni. Eppure, Manfredi ha una vita discussa, con
atteggiamenti a volte contraddittori, che lo fanno un personaggio fra i più
interessanti del suo secolo. In realtà, se l’Impero medievale tramonta
con Federico II, Manfredi è il protagonista di questa crisi, l’uomo che
per primo sconta l’invettiva di Innocenzo IV: "Estirpare il nome di
questo babilonese e quanto di lui possa rimanere, dei suoi discendenti,
del suo seme". Manfredi nasce nel 1232 ed accompagna il padre in
molte avventure militari e diplomatiche, lo assiste in punto di morte il
13 dicembre 1250. Per testamento Federico gli lega varie rendite e
possedimenti e soprattutto lo nomina vicario del Regno di Sicilia che
aveva assegnato a Corrado IV — il primogenito figlio di Iolanda di
Brienne — che al momento si trovava in Germania. Questa decisione lo
inimica subito al Papa, che avrebbe voluto liberamente disporre
dell’intero patrimonio svevo. Fin dall’inizio la reggenza si dimostra
difficile, anche se i rapporti tra i due fratelli promettono di essere
buoni. Ma quando Corrado, nell’agosto del 1252, sbarca a Siponto e
giunge nella Puglia per prendere possesso dei suoi territori dimostra di
non avere il talento e le virtù paterne e di non poter reggere il
confronto con Manfredi che, essendo figlio naturale, deve ridursi al
semplice rango di vassallo. Fra i due corrono dissapori, invidie, rivalità
finché nel 1254 Corrado muore per cause che sollevano non pochi dubbi.
Fratricidio? Non si saprà mai, né sono affidabili le sole illazioni dei
cronisti guelfi. Diventato di fatto capo della Casa di Svevia, Manfredi si
trova a tu per tu con Innocenzo IV, determinato a disfarsi dell’incomoda
dinastia imperiale. Un tentativo di rappacificazione fallisce nel luglio
del 1254, mentre il successivo 12 settembre Manfredi è colpito da
anatema. Di fronte alla possibilità di uno scontro cruento al quale
nessuno era preparato, si giunge rapidamente ad un accordo. Accanto alla
revoca della scomunica, Manfredi riceve dalla mani del Papa feudi e
principati, una rendita di ottomila once d’oro, e soprattutto la nomina
a vicario per la maggior parte dei territori continentali del Meridione,
in cambio del riconoscimento dell’autorità papale sul Regno di Sicilia.
Ma lo Svevo non demorde: all’inizio di dicembre organizza una rivolta in
Puglia riuscendo a conquistare Lucera ed a battere l’esercito
pontificio. E’ l’ultimo atto del confronto con Innocenzo IV, che rende
l’anima a Dio il 7 dicembre 1254. Da quel momento, forte della posizione
acquisita con la diplomazia e con le armi, Manfredi vuol trarre il massimo
profitto dalla elezione al soglio di Alessandro IV, un uomo che, almeno
all’apparenza, si presenta debole ed indeciso e si dedica alla conquista
del Regno che comporta una lotta lunga e complessa. Sul piano militare il
conflitto si inasprisce in Puglia; ma è fondamentale provvedere in tempi
brevi all’occupazione del trono di Sicilia, che Manfredi ritiene un
patrimonio svevo ereditato dai Normanni e destinato a Corradino, legittimo
successore del defunto Corrado. Così, il 10 agosto 1258, dopo aver
allontanato il reggente Bertoldo di Hohenburg — un fedele di Federico II
passato ad infoltire le file papaline — si fa incoronare nella
cattedrale di Palermo tra le feste ed il giubilo della popolazione.
Alessandro IV dichiara nulla l’incoronazione, mentre è dalla Germania,
la madre di Corradino, l’erede legittimo di Corrado IV, insorge. Ma a
Manfredi non è difficile spiegare il proprio operato, che si era reso
necessario per salvare il Regno dallo sfacelo. Da quel momento, Palermo
tornava ad essere la capitale del più bel Regno d’Europa. Nel nuovo
ruolo, Manfredi rafforza la compagine interna del Regno, distruggendovi
ogni residuo di ribellione e dissenso. Contemporaneamente, cerca in Italia
ed in Germania alleanze contro il Papato ed i nemici che questi gli
avrebbe inevitabilmente procurato. Sotto il profilo governativo, prosegue
la politica paterna: solidarietà con i Ghibellini di tutta Italia ma
senza cercare la guerra. Sotto il profilo culturale e legislativo,
l’intelligenza, la sapienza, la cultura, lo conducono a proporre ai
sudditi un periodo di illuminata serenità, anche se non avrà il tempo di
raccoglierne i frutti. Sotto il profilo dell’eleganza, la vita alla
Corte di un Re giovane, bello, con gli occhi azzurri, si svolge in un
clima gioioso, ricco di donne belle e raffinate; cose queste che
consentono alla propaganda guelfa di alimentare dicerie ed accuse di
corruzione. Ma i tempi stringono. Il nuovo Papa Clemente IV, succeduto a
Urbano IV, ha già individuato in Carlo I d’Angiò, fratello di Luigi IX,
il Re Santo di Francia, l’uomo che spazzerà via Manfredi dal Regno di
Sicilia. Clemente IV inizia quindi ad inviare a governi alleati e
compiacenti messaggi di mobilitazione che alla fine si esprimono nel
lancio contro Manfredi di una Crociata che rasenta il fanatismo.
Carlo I valica le Alpi al Colle di Tenda alla fine del 1265. Con un
esercito di almeno 30.000 uomini, inizia a spargere il terrore nelle
campagne e riduce la resistenza nelle roccaforti ghibelline. Il 6 gennaio
1266 è incoronato a Roma, in assenza del Papa, cosa questa che prova il
declino della Sede Apostolica. Il 20 gennaio Carlo I riparte da Roma e
supera i confini del Regno attraversando il fiume Liri. Dopo varie
scaramucce, lo scontro campale avviene a Benevento. Il mattino del 26
febbraio 1266, seguendo il consiglio di un astrologo, Manfredi decide
l’attacco. Dopo un aspro scontro, le sue forze sono sopraffatte.
Manfredi potrebbe lasciare il campo, mettersi in salvo, allontanarsi dal
Regno in attesa di tempi più favorevoli. Ma non vuole abbandonare i suoi
prodi che combattono al grido di "Svevia!". Deciso a gettarsi
nella mischia, sta vestendo l’armatura, quando l’aquila reale si
stacca dall’elmo e cade in terra. "Ecco la volontà di Dio"
mormora: è il segno della fine. La giornata si conclude con un massacro e
Carlo I resta padrone del campo. Uno dei suoi soldati aveva ucciso
Manfredi con un colpo di spada, senza nemmeno riconoscerlo. La propaganda
guelfa e papalina ha per secoli accusato Manfredi di aver usurpato il
trono del nipote Corradino. Se questo fatto può avere qualche fondamento
storico, non si vede come l’accusa possa essere lanciata da un pulpito
che ha imposto l’occupazione angioina di Carlo I, avviando una
dominazione straniera indubbiamente più odiosa e retriva di quella Sveva.
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