|
La
storia di Atripalda (quattro chilometri da Avellino) è ricca di
fascino, generosa di eventi eccezionali e di uomini leggendari. Fondata,
secondo antichi ricercatori, da Sabatio, pronipote di Noé, il quale
dette il nome di Sabathia al primo insediamento umano che trovò vita
lungo la vasta fascia di terra bagnata, ieri come oggi, dal corso
fluviale del “Sabato”, così denominato proprio in omaggio al
discendente di Noé, la primitiva città di Atripalda ospitò - sul pianoro
tufaceo che da nord-ovest domina l'attuale centro abitato - Abellinum, colonia romana
sorta per volontà di Silla nell’82 a.C., poco dopo le riforme agrarie
promosse dai Gracchi. La comunità di Abellinum era prevalentemente
formata da “milites lassi” - trapiantati da Silla tra le mura di Civita
- i quali ripopolarono questo lembo di terra irpina dopo aver allontanato da essa
i primi abitanti, cioè i “Sabatini” che vengono considerati i
grandi antenati degli Atripaldesi. Civita fu anche il rifugio di ex
legionari dell'imperatore Ottaviano Augusto che, come racconta Plinio,
sostenne l'annessione di Abellinum all'Apulia. In epoca successiva - tra
il 220 ed il 230 d.C. - giunsero nell'antica città di Silla i veterani
dell'imperatore Alessandro Severo provenienti dall'Asia Minore. In
questo vorticoso avvicendamento di popoli e di tradizioni, non tutta la
primitiva gente sabatina abbandonò
la terra di origine: molti indigeni, nel corso dei decenni, furono inesorabilmente assorbiti
dagli Abellinati dai quali appresero la lingua latina e con i quali
conobbero momenti di splendore e di grandezza. Crisi economiche (III e
IV secolo d.C), violenti terremoti (346 d.C.), disastrose eruzioni
vulcaniche (476 d.C.), invasioni di territori nel corso della guerra tra
Bizantini e Goti (535-555 d.C.) e la penetrazione sull'intero territorio
della Penisola dei Longobardi a partire dalla Pasqua del 568 spinsero
fuori dalla mura di Abellinum la colonia romana che si trasferì laddove
oggi sorge Avellino. Civita si spense dopo secoli di vita intensamente
vissuti come testimoniano le scoperte archeologiche - resti di
sepolcreto, di anfiteatro, di edifici termali, di strade - che si sono
susseguite nel tempo nonostante che il cemento - croce e delizia
dell’urbanistica moderna - abbia tentato di archiviare per sempre
l’antichità nella lunga notte dell’oblio.
Mentre sulla sponda sinistra del "Sabato"
l’Abellinum sillana si era ormai fisicamente esaurita, sulla sponda
opposta un re longobardo, Troppualdo, riusciva ad ottenere il
riconoscimento di autonomia per la popolazione sparsa nella zona,
distaccandola amministrativamente dalla vicina Avellino longobarda. Era
l’atto di nascita di Atripalda. Una pagina di storia terminava,
un’altra iniziava. Atripalda trae il nome dal re longobardo che nel
corso del secolo XI edificò la sua fortezza in cima ad un’altura che
sovrasta la cittadina irpina. “Le ruine di questo castello
rammentano il più antico atto di galanteria in Italia”: è lo
storico-statista Pasquale Stanislao Mancini (1817-1888) che parla nel
riferire dell’ospitalità accordata in una notte d’inverno del 1254
allo svevo re Manfredi,
"biondo, bello e di gentile aspetto", dai signori del
maniero Marino e Corrado Capece, fedeli agli Svevi. Il giovane re, braccato dalle truppe
papaline, abbandonò Napoli diretto verso il principato di Taranto. I
signori Capece, non temendo le rappresaglie del papato, aprirono i
portoni del castello al re fuggiasco. “Il buon re Manfredi –
rievoca il Mancini – educato alla gentilezza,
all’amore ed alla poesia, volendo retribuire di qualche insolito onore
l’ospitale accoglienza ricevuta dai fratelli Capece, fattesi venire
avanti le due loro giovani spose che erano di rarissima bellezza, volle
che ai suoi fianchi sedessero e seco lui familiarmente desinassero”.
Dell'evento molto interessante è la testimonianza dello storico svevo
Nicolai de Yansilla, al seguito di Re Manfredi. "Il costume e la
superbia delle corti - si legge in Historia di questo eccezionale
"cronista" - obbligava in quei tempi i sovrani a sedere
soli a pranzo, escludendo rigorosamente le donne, ritenute esseri
inferiori, ma il re Manfredi volle che fosse spezzata questa barbara
usanza dicendo: spezzerò io questa barbaria cominciando dal dì di oggi
e il castello di Tripaldo serberà memoria di me....Si esaltano, non si
abbassano i Principi che rendono omaggio alle dame". Dello
storico castello – che lo stesso re Manfredi, in virtù di
quell’atto di galanteria, immaginava come “qualche cosa di sacro
per le belle italiane” delle future generazioni - oggi non restano
che pietre. La storia è fatta anche di pietre… e le pietre
contribuiscono a scrivere la storia.
Atripalda nel corso dei
secoli ha conosciuto il dominio di Longobardi, Svevi, Angioini,
Aragonesi, Francesi, Spagnoli, Saraceni, Greci. Nell’epoca feudale, la città della riva
del “Sabato”, siamo nel 1502, divenne dominio della regina Giovanna
d'Aragona,
nipote del re spagnolo Ferdinando il Cattolico. A distanza di dieci
anni l'antica terra dei Sabatini fu ceduta per 25.000 ducati a don
Alfonso Castriota, primo marchese di Atripalda dal 1513, discendente di Giorgio Castriota, detto “Scanderbeg”,
famoso eroe albanese nella guerra contro i Turchi. Nel 1559, il “feudo Tripalda”
passò nelle mani del nobile finanziere genovese Giacomo
Pallavicini Basadonna che l'acquistò per 60.200 ducati. Il governo del finanziere
genovese servì a rafforzare l’innata vocazione al commercio degli
abitanti della zona, i quali, già prima della venuta del Basadonna in
questa regione dell’Irpinia, coltivavano con successo l’”arte del
mercanteggiare” lungo le sponde del fiume “Sabato”. Un episodio,
verificatosi nel 1560 e quindi all’epoca del Basadonna, sarebbe la
dimostrazione di quanto forte sia stato l’influsso esercitato sulla
popolazione residente dal nobile genovese in tema di finanze e di
reperimento di risorse necessarie per la gestione del feudo: gli
Atripaldesi, infatti, in quell’anno decisero di realizzare una strada
“dentro la terra” per imporre il pagamento del pedaggio a
quanti, per portarsi dai paesi limitrofi nel vicino capoluogo, cioè ad
Avellino, dovevano attraversare il territorio di Atripalda. A ben
riflettere, la... teoria del federalismo fiscale era già di moda
quattro secoli or sono sulle sponde del “Sabato”, in Irpinia, grazie
all’intuito di un finanziere genovese. Nel 1564, con rogito del notaio
Bernardino Brusatori di Fermo, Domizio Caracciolo, figlio di Giovan
Battista, rilevò dal Basadonna la terra di Atripalda consegnandogli in
cambio ducati 33.000 ed il feudo di Gallarate nello Stato di Milano. Il
Re di Spagna Filippo II, con atto sottoscritto il 20 dicembre del 1572
in Madrid, concedette a Domizio Caracciolo il titolo di Duca di
Atripalda “in considerazione di gran nobiltà di sua famiglia”. Con
strumento rogato il 6 maggio del 1581 Marino Caracciolo, 2° Duca di
Atripalda e figlio di Domizio, in nome di Crisostoma Carafa sua moglie,
comprò dalla regia Corte per sé ed i suoi eredi la città di Avellino. Al
medesimo Marino Caracciolo, Duca di Atripalda, ed ai suoi eredi il Re di
Spagna Filippo II accordò (25 aprile 1589) il titolo di Principe della
città di Avellino.
La cittadina irpina con i Caracciolo visse
un periodo di grande splendore, dal 1564 fino al 1806, epoca in cui
venne abolita la feudalità. Nel ducato di Atripalda dopo Domizio, I°
Duca di Atripalda, della prestigiosa famiglia Caracciolo si
susseguirono Marino I, valoroso cavaliere
distintosi a Lepanto, Camillo, Marino II,
Francesco Marino I, Marino III, Francesco Marino II, Marino Francesco
I, Giovanni e Marino Francesco II. I Caracciolo,
con una programmazione “rivoluzionaria”, seppero
incentivare le risorse dell’intera valle bagnata dal
"Sabato". Le filande, l’industria del ferro, la lavorazione
della rame, della carta e della lana concorsero ad assicurare agli Atripaldesi un elevato tenore di vita – superiore a quello del vicino
Capoluogo – tanto che in quel periodo non furono censiti “cittadini
poveri” tra la popolazione. Notevole impulso venne assicurato al mondo
della cultura che conobbe, grazie al mecenatismo dei Caracciolo, l’Accademia
degli Incerti.
Le origini di Atripalda
affondano le radici anche nel sangue dei Martiri cristiani: lo Specus
Martyrum, conservato all’interno della Chiesa Madre dedicata a S.
Ippolisto e S. Sabino (patrono della città), è considerato uno dei
maggiori monumenti dell’archeologia cristiana del Meridione.
|
|
|