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Palazzi & Monumenti |
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Abellinum sorgeva
anticamente sulla riva sinistra del fiume Sabato, in un’area che oggi
appartiene al comune di Atripalda. Il suo territorio in età storica era
quello delimitato dai massicci del Terminio e del Partenio, dalla conca di
Forino e dalle alture della “stretta di Barba”: edificata come città
fortificata dai Sanniti, conservò, come quelle di Aeclanum e
Compsa, la sua centralità strategica e commerciale anche in epoca
romana. Al di fuori del Centro urbano, il territorio doveva essere
organizzato in insediamenti rurali, come testimoniano le numerose evidenze
archeologiche raccolte nei paesi circostanti l’odierna città di Avellino. La
ricerca archeologica, iniziata nel 1975 nell’area urbana dell’antica città,
ha dato la possibilità di riconoscere almeno in parte l’assetto topografico
del sito in età romana. Quasi integro è il circuito murario, che delimita la
collina della Civita di Atripalda per una lunghezza di circa due chilometri
e al di sopra del quale passa attualmente l’ingresso all’area archeologica.
Le mura, che conservano ancora alte torri cilindriche distribuite
simmetricamente, sono costituite da una doppia cinta, una in opus
reticulatum, di età tardo repubblicana (seconda metà del I secolo a.
C.), l’altra in opus quadratum, formata da grossi blocchi di tufo
giallo, probabilmente di età sannitica (III secolo a. C.). Tra queste due
cinte era l’ager romano, successivamente occupato da una necropoli
tardoantica. Oltre all’ipotetico accesso al settore meridionale, un altro
doveva essere a est e da esso partiva la via verso Aeclanum. Lungo
tale arteria era una necropoli, poi utilizzata anche in epoca cristiana (Cemeterio
di Sant’Ippolisto martire). All’interno delle mura il sistema stradale è
appena individuato dalle due arterie principali, il cardine e il decumano
maggiori. A nord del decumano, nel settore orientale della città, si trova
un importante complesso residenziale, che si affaccia sulla sommità delle
mura e comprende un intero isolato. La domus, il cui impianto
originario risale alla prima età imperiale, pare ispirarsi ai modelli delle
più belle case pompeiane, con l’atrio colonnato, il peristilio, il tablino
aperto e i triclini estivi. Si è formulata l’ipotesi, sulla scorta del
ritrovamento di un sigillo bronzeo, che la casa dovesse appartenere a Marco
Vipsanio Primigenio, liberto del celebre Vipsanio Agrippa, genero di
Augusto. Che la casa fosse di un benestante è dato supporre anche dalle
scelte architettoniche finalizzate alla realizzazione di visuali e sfondi
accentuatamente scenografici. Anche lo spazio verde, persa la sua
originaria funzione utilitaria, si trasforma in area raffinata: gli elementi
vegetali dovevano avere un intento puramente estetico, mentre una grande
vasca di forma rettangolare, in blocchi di pietra modanata, con i suoi
giochi d’acqua, doveva dare una gradevole e suggestiva impressione
all’intero ambiente scoperto. Di particolare pregio le decorazioni
parietali, riferibili al III e IV stile pompeiano (prima età imperiale - 79
d. C.), costituite da figurine e fiori dipinti su fondo nero, da esili
elementi floreali, da sfondi prospettici su spartizioni architettoniche
irreali. La casa subì diversi rimaneggiamenti e fu abitata probabilmente
fino al 346 d. C., anno di un disastroso terremoto. A ovest della casa
gentilizia, è ubicata l’area destinata agli edifici pubblici, con l’impianto
termale che veniva a disporsi parallelamente alla strada principale
(decumano). Di questo edificio è visibile il sistema di riscaldamento a ipocausto, con pavimento poggiante su pilastrini di mattoni. Sulle pareti
dell’ambiente destinato a bagno caldo (calidarium, detto “Torre
degli Orefici”), sono ancora visibili le tegole tubolari attraverso le
quali, come tra i pilastrini di mattoni, fluiva l’aria calda. Altri
importanti edifici, ora interrati o in parte scomparsi, erano ancora
visibili nel primo ventennio del secolo scorso: uno storico locale,
Francesco Scandone, ricorda strutture della basilica e forse della curia.
L’anfiteatro, la cui planimetria è stata ricostruita, era situato fuori
dalle mura, sul lato meridionale; oggi è quasi interamente distrutto dalla
costruzione dì strade. La città dovette sopravvivere all’evento sismico del
346 d. C. e ad un’eruzione del Vesuvio della fine del V - inizi VI secolo d.
C., come dimostrano recenti scoperte archeologiche; tuttavia da quel
momento lo spazio urbano subì una radicale trasformazione. Il completo
degrado dell’intera area è testimoniato dal rinvenimento di alcune
sepolture databili all’Alto Medioevo, poste lungo il cardine, all’interno
quindi della città antica. All’esterno della città, le necropoli occupano
vaste aree. Tra la tarda età repubblicana e la prima età augustea, i
sepolcri disposti lungo l’asse stradale dovevano essere costituiti, come
risulta da alcuni ritrovamenti attualmente visibili ad Atripalda, presso la
Dogana dei Grani, da mausolei a dado o a tamburo, da sepolcri a edicola, da
stele con una o più figure. Recenti scavi nei pressi della cinta muraria
dell’antica Abellinum hanno messo in luce cospicui avanzi di un
tronco del Fontis Augustei Aquaeductus, che provvedeva al
rifornimento idrico di Abellinum e Beneventum e che utilizzava
le sorgenti Urciuoli. I reperti provenienti da Abellinurn
(tra i quali singolari
monete erotiche: nwb)
sono oggi esposti al Museo Irpino del capoluogo e
alla Dogana dei Grani di Atripalda.
(L’Irpinia illustrata, Paola
Di Natale)
La chiesa di Sant’lppolisto
ingloba lo Specus Martyrum, cioè il cimitero paleocristiano di
Abellinum, che venne formandosi intorno alle tombe dei martiri fuori
dal centro abitato “di là del fiume Sabato che dalla parte orientale
gli flumina per mezzo”, costituendo un vero e proprio luogo di
culto. L’iscrizione posta sul sepolcro di S. Sabino, databile al VI secolo,
testimonia l’esistenza di una cripta cioè un luogo nascosto ed appartato
per la sepoltura e il culto dei primi cristiani, morti per la fede. La
chiesa è già documentata nell’XI secolo in un atto del 1098 con il quale il
normanno Ubone nel donare una terra alla chiesa di S. Maria cita, tra i
confini, la ecclesia Sancti Ippolisti. Allo Specus che
originariamente occupava parte dello spazio sottostante l’aula della chiesa
superiore, mentre oggi occupa anche lo spazio corrispondente al transetto,
si accedeva “gradale in predicta cripta descendens”; l’interno era
decorato “cum pavimento mosaico et imaginem Salvatoris nec non
martyrum imagines ... cum scriptis in corum in capitibus”, come
testimonia il Vescovo Ruggiero (sec. XIII) nell’ultima parte della Passio
di S. lppolisto contenuta nel suo Legendarium, andato perduto e
trascritto in parte dal Bellabona. L’iconografia delle pitture parietali
descritte da Ruggiero, Vescovo di Avellino dal 1219 al 1231, rimanda ai
concilia o coronae Martyrum, rappresentazione nella quale si
associavano idealmente le sofferenze di Cristo in croce a quelle patite dai
martiri per la fede, molto in uso nella Chiesa primitiva anche per il valore
didattico attribuitogli, sicuramente mediate dalla basilica di S. Felice di
Cimitile. Nel corso del recente restauro (avvenuto all’indomani del sisma
del 23 novembre 1980: n.w.m.) non sono state ritrovate tracce di queste
antiche dipinture, già scomparse ai tempi del Bellabona. È stato invece
riportato alla luce, sottraendolo all’oblio dei secoli, l’affresco
ascrivibile ai primi decenni del XIV secolo, raffigurante il
Pantocratore racchiuso in una mandorla sorretta da due angeli, collocato
sulla parete di un arcosolio trasformato in catino absidale. NeI 1585 una
sola scala dì marmo permetteva l’accesso all’ipogeo. Nello stesso anno, dopo
che il Capitolo dei Canonici di Avellino rinunciò ai diritti sulla chiesa di
S. lppolisto, con Bolla del papa Gregorio XIV, cominciarono i lavori
di ampliamento e di restauro dello Speccus. Nel 1588, voIendo l’habitatori
ampliar la chiesa superiore ed essendo necessario a tal uopo costruire
un pilastro che andava ad impiantarsi sul sepolcro di San Sabino, gli
Atripaldesi inoltrarono supplica a Pietro Antonio Vicedomini Vescovo di
Avellino, vicegerente per il Cardinale Rusticucci di Roma, il quale
condescendendo alle richieste, dié facoltà al suo General Vicario Marco
Antonio de Canditiis della città di Nola, che da detto sepolcro
levasse il corpo del Santo, ed altrove col sepolcro lo riponesse, fin tanto
la fabrica avesse il suo compimento. Il primo maggio di detto anno, alla
presenza di Marino Caracciolo, del clero e del popolo, lo stesso Marco
Antonio de Canditiis procedette alla ricognizione delle ossa di S. Sabino.
Nel 1629 la cripta subì una radicale trasformazione. Il principe di Avellino
Camillo II Caracciolo, unitamente al fratello Tommaso, Arcivescovo di
Taranto, ampliarono la cripta e aggiunsero una seconda scala di accesso
all’ipogeo; in conformità alla tendenza artistica dell’epoca la dotarono di
un apparato decorativo in stucco costituito da volte a crociera con
costoloni decorati da cornici ed ovuli e rosette e da medaglioni che
racchiudono affreschi raffiguranti angeli di gusto rinascimentale,
riportati alla loro originaria bellezza, nel corso del recente restauro. Le
colonne tortili binate, ascrivibili al XIII secolo, sormontate da capitelli
a figurazione antropomorfa e zoomorfa, provenienti forse dallo smembramento
del ciborio di S. lppolisto, furono scomposte - i capitelli divisi in due
parti - e musealizzate nel corso dell’ampliamento dell’area della cripta
voluto da Camillo Caracciolo. Il pavimento a mosaico di cui parla il Vescovo
Ruggiero fu sconvolto ed il piano di calpestio della cripta fu abbassato di
circa un metro e mezzo. Mattonelle maiolicate di forma romboidale di colore
ocra, bianco, rosso e nero, durante i lavori di restauro sono state
ritrovate e riutilizzate quale ringrosso sulla parete dell’arcosolio
trasformato in abside. In tale occasione si procedette anche alla
ricognizione delle spoglie di S. Ippolisto, di S. Crescenzo e di altri tre
martiri; tali resti nel 1634 furono rimossi e collocati in cassette di legno
all’interno dell’altare di S. Ippolisto. La notte del 26 dicembre 1635
crollava la volta della cripta a seguito dello sprofondamento della tribuna
della chiesa superiore. Nel 1728, fu commissionata la costruzione della
Cappella del Tesoro, affrescata da Michele Ricciardi. Nello stesso anno si
diede una nuova sistemazione al sarcofago di S. Sabino. Nel corso del XIX
secolo illustri studiosi come l’archeologo Giovanni Battista De Rossi e
mons. Gennaro Aspreno Galante condussero accurati studi sulle origini e
sulla storia dello Specus che culminarono, nel 1890, con la scoperta
del sepolcreto cristiano, le tombe dei primi cristiani irpini che vollero
essere seppelliti nello stesso luogo dei martiri per essere, dopo la morte,
sociati sanctis. In questi anni la cripta subiva un ulteriore
restauro finanziato dal Barone De Donato, che tra l’altro fece staccare,
impresa coraggiosa per quei tempi, l’affresco con le storie del martirio di
S. lppolisto dalla parete di fondo della cappella di S. Romolo, collocandolo
sulla parete prospiciente la Cappella del Tesoro. "Dopo il saccheggio del 1779, durante la rivoluzione napoletana, e l'abbandono che ne seguì, l'edificio fu alienato dai Caracciolo. Dell'originaria struttura seicentesca, resta il solo volume antistante il giardino, mentre le due ali che chiudevano a nord l'edificio sono ormai allo stato di residui murari sagomati a scarpa". Questo è quanto si legge nella scheda di presentazione del Palazzo Ducale di Atripalda inserita in un cd-rom curato dall'Ufficio Relazioni del Comune della Città del Sabato. In poche battute, e con immagini eloquenti, viene indicato lo stato di assoluto degrado in cui si trova quello che fu, come ricorda in un suo scritto lo storico avellinese Francesco Barra, "un imponente palazzo dalle sobrie linee rinascimentali", la cui edificazione segnò nel 1564 l'inizio del dominio dei Caracciolo ad Atripalda e la cui sopravvivenza dipende da come andrà a finire la querelle in atto tra il Comune che intende acquisire al patrimonio pubblico lo storico palazzo e la famiglia Alvino, proprietaria dell'immobile. Le trattative vanno avanti da oltre un decennio ed il relativo dossier è fitto di documenti ed atti epistolari. Pomo della discordia all'interno del gruppo Alvino non è tanto il valore da assegnare all'immobile in sede di alienazione quanto la presenza della statua di un fauno nel magnifico parco che, ricco di alberi secolari e piante esotiche, fa da corolla al palazzo, tutelato da uno speciale vincolo della Soprintendenza fin dagli inizi del secolo scorso. Infatti, uno dei proprietari, Errico Alvino, ammesso che si raggiunga con il Comune l'accordo sul prezzo, non è affatto disposto a cedere la statua di questa antica divinità italica, protettrice nel regno della mitologia delle greggi e dei campi. E su questa storia de "il fauno sì, il fauno no" si sono arenate ancora una volta le trattative. Quando qualche anno fa sembrava che l'operazione stesse per giungere finalmente in porto, il Sindaco, per finanziarla, lanciò una sottoscrizione di BOC che, per giunta, non ebbe fortuna, forse per il diffuso scetticismo degli atripaldesi sul buon esito della vicenda. E tra una lettera ed un'altra, tra un documento ed un altro il palazzo di via Serino, che qualcuno all'interno della famiglia Alvino con molto buon senso e squisita sensibilità vorrebbe definitivamente restituito alla città ed alla cultura dei cittadini, va a pezzi giorno dopo giorno; mentre c'è chi immagina di vedere aperto il parco del palazzo ducale a mostre, concerti e rappresentazioni teatrali, l'edificio, che ospitò nei suoi saloni l'Accademia degli Incerti voluta dai Caracciolo sulle sponde del Sabato, inevitabilmente si frantuma ed ogni azione futura di recupero alla fine risulterà ardua impresa. L'aspetto inquietante della querelle è rappresentato dal comportamento di quanti, pur dovendo e potendo intervenire per proteggere dalla distruzione totale questo pezzo preziosissimo della storia di Atripalda, e non solo di Atripalda, stanno a guadare, subendo passivamente lo scorrere degli eventi. La Dogana atripaldese è un edificio vincolato dalla Soprintendenza per le sue caratteristiche di monumento di valore artistico e di testimonianza di un’epoca di rilevante splendore socio-economico. L’impianto costruito dal sindaco Belli nel 1885, in una fase di profonda risistemazione del tessuto urbano di Atripalda, andò a sostituire i padiglioni realizzati sotto i Caracciolo nella seconda metà del ‘500 nella parte antica del paese. La Regia Strada delle Puglie, il percorso del grano fino a Napoli, portava alle dogane di Avellino ed Atripalda prima di entrare nella capitale partenopea. L’antica dogana posta sulle sponde del Sabato consisteva in alcuni porticati coperti, non chiusi, di proprietà dell’allora feudatario. I Caracciolo consideravano le dogane di Avellino ed Atripalda “el nerbo mayor” economico della loro casata (l’espressione fu usata da Francesco Marino I nel 1657), ma su quella del Capoluogo puntarono di più le loro attenzioni. Dopo i ricorsi e le contestazioni dell’Università atripaldese per le nuove gabelle (le giumelle e le scumarelle), i Caracciolo decisero di ridurre i giorni di “dogana piena” solo al giovedì, per ricavare maggiori proventi da Avellino. Ci furono addirittura rivolte di piazza (1740) e la vertenza diede ragione ai signori. Il grano affluiva ad Atripalda solo un giorno la settimana, ma nonostante ciò proprio alla metà dell’800 vennero realizzati importanti mulini ad acqua ed il nuovo edificio della Dogana. (Il Mattino, Generoso Picone). Oggi il Palazzo della Dogana, conosciuta come la “Dogana dei Grani", è gestita dalla Soprintendenza ed è adibita a centro di restauro. |
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